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SCUOLA/ Se le "competenze" nascondono la pedagogia di Stato

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Ciò è qualcosa che in un secolo e mezzo di pubblica istruzione italiana non è mai avvenuto: scrivere un sobrio numeretto accanto alla voce "Lettere", giusto o sbagliato che fosse, ha sempre lasciato la più ampia scelta nel metodo dell'insegnamento, negli ideali, nella riflessione sulle finalità dell'educazione, checché ne dicessero i mutevoli preamboli dei programmi di insegnamento. 

Ora le cose saranno diverse, e non ci pare che la questione sia solo astratta. Per fare un esempio tra i mille possibili: la pedagogia montessoriana è molto diversa da quella soggiacente a queste disposizioni; i suoi sostenitori che dovranno fare? esercitare obiezione di coscienza? emigrare all'estero? cambiare lavoro? Non ci pare troppo chiedere una risposta chiara.

Ma al di là di tale questione di libertà, anche nel merito dei princìpi soggiacenti è lecito avanzare radicali obiezioni. Cerchiamo di riassumere a parole nostre, evidenziando i punti critici ma senza fare caricature, i due aspetti principali della teoria che viene proposta. 

La scuola fino a questo momento, ritengono i proponenti, si è preoccupata di trasmettere conoscenze teoriche, commettendo così un duplice errore: da una parte non si è preoccupata della loro applicabilità, cioè della capacità del soggetto di utilizzarle; dall'altra ha assunto un'artificiale separazione dei saperi. Valutare le competenze significa quindi da una parte spostare l'attenzione da un possesso statico alla loro integrazione nelle capacità della persona di risolvere i problemi; dall'altra significa superare la divisione tra le discipline, individuando aspetti trasversali che investono la totalità della vita personale ("Le discipline, così come noi le conosciamo, sono state storicamente separate l'una dall'altra da confini convenzionali che non hanno alcun riscontro con l'unitarietà tipica dei processi di apprendimento"). 

Tutto bene? Per nulla. Partiamo dal secondo aspetto: nessuno più di chi ha una formazione filosofica rivendica una certa unità del sapere e un dialogo fecondo tra discipline; ma questo non ha nessun rapporto con un giudizio negativo sulla distinzione delle discipline. Pronunciarlo significa confondere l'aspetto soggettivo dell'apprendimento con l'aspetto oggettivo della scienza e dell'arte. Praticamente tutta la cultura occidentale è nata da processi di separazione: difficili, traumatici, rischiosi, ambigui finché si vuole, ma all'origine delle creazioni più alte della nostra civiltà. I proponenti sembrano non amare questo; che cosa propongono? e perché il risultato dovrebbe essere più formativo rispetto a quello faticosamente elaborato lungo secoli di storia? quali scuole ispirate a questi princìpi hanno avuto straordinari risultati in termini di esiti culturali e scientifici? Altre domande che non ci paiono illecite.

L'altro aspetto è ancora più delicato. Che finora la scuola si sia preoccupata di trasmettere conoscenze astratte senza preoccuparsi della loro applicabilità è in larga misura falso. Non mi risulta che l'insegnamento della matematica sia mai avvenuto come trasmissione di regole senza che contemporaneamente ne fosse chiesta l'applicazione, non mi risulta che l'insegnamento delle lettere non abbia significato anche educazione all'uso della scrittura e alla parola, e così via. (Ancor più falso, poi, è il fatto che la scuola di oggi abbia come principale difetto il causare un'ipertrofia di conoscenze, ma questo sarebbe un altro discorso). 



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