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SCUOLA/ Se le "competenze" nascondono la pedagogia di Stato

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Che cosa intendono dire gli autori, allora? Le Linee Guida lo fanno intuire abbastanza bene: "Non ci si può quindi accontentare di accumulare conoscenze, ma occorre trovare il modo di stabilire relazioni tra esse e con il mondo al fine di elaborare soluzioni ai problemi che la vita reale pone quotidianamente". Insomma, il principio pare questo: le conoscenze hanno valore nella misura in cui esse servono a risolvere problemi pratici. Intendiamoci: dando uno sguardo all'elenco delle competenze, si vede chiaramente che vi sono allusi anche problemi umani molto nobili. Ma questo non elimina il problema di fondo: che la conoscenza viene pensata soltanto come strumentale. Il fatto che la scuola da sempre si sia preoccupata dell'applicazione delle conoscenze non può quindi bastare, perché si tratta anzitutto di avversare il carattere libero e disinteressato della conoscenza, che mai riceve il sia pur minimo cenno nelle pagine che stiamo esaminando. Il piccolo problema è che, secondo una lunghissima tradizione filosofica e religiosa, questa è esattamente la caratteristica radicale dell'uomo, che giunge fino ai suoi più profondi desidèri di felicità passando in mezzo alle creazioni più belle e ricche dell'arte e della scienza (sottolineiamo: anche della scienza!)

È questa la caratteristica che si manifesta già nella libera e inesauribile curiosità del bambino: le nuove indicazioni sulla certificazione delle competenze sembrano suggerire che questa sia esattamente la tendenza che bisogna combattere. È sicuro che sia una buona idea? Noi crediamo che ciò che servirebbe è esattamente il contrario, cioè contrastare le voci che continuano a dire che le uniche cose importanti sono «quelle che servono», e trasmettere la gioia per quella conoscenza inutilissima che tuttavia come nessun'altra è in grado di trasformare le persone e il mondo. Perlomeno, vorremmo che non sia fuorilegge pensare un'educazione così.



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