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SCUOLA/ Se le "competenze" nascondono la pedagogia di Stato

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Benché siano testi soltanto applicativi, per di più presentati esplicitamente come sperimentali, i documenti riguardanti l'Adozione sperimentale dei nuovi modelli nazionali di certificazione delle competenze nelle scuole del primo ciclo di istruzione, datati 13 febbraio 2015, costituiscono una lettura molto importante per tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell'istruzione e della cultura in Italia. 

Testi applicativi, certo: ma proprio per questo essi possono costituire la prova del nove di orientamenti pedagogici che da anni vengono discussi e propugnati e che, benché per ora riguardino principalmente la scuola primaria, evidentemente sono destinati a colorare molte scelte future anche nel campo dell'università e della ricerca. 

Diciamo subito che la lettura in particolare delle Linee Guida sicuramente offre sottolineature benvenute ed elementi positivi. Questi tuttavia non sono sufficienti ad eliminare un senso di profondo disagio, del quale cerchiamo brevemente di dare ragione. Diciamo «brevemente», perché davvero sarebbero tantissimi gli aspetti di dettaglio che meriterebbero una discussione approfondita (per fare un solo esempio: è forse giusto sopprimere le valutazioni negative in quanto esse scoraggiano, senza per nulla chiedersi se davvero in questo modo si viene incontro a bambini e ragazzi, o se piuttosto si alimenta la loro incapacità di gestire insuccessi e frustrazioni?). Qui vogliamo invece fermarci solo su tre questioni di fondo, con le quali, ci sembra, sta e cade interamente il valore della proposta e, temiamo, dall'orientamento di politica dell'educazione che ad essa è sotteso.

La prima questione riguarda i punti di riferimento di questa normativa, che sono (su questo è chiaro l'estensore della Linee Guida) non semplicemente di natura pratica, ma piuttosto di natura pedagogica, epistemologica, culturale, in ultima analisi anche antropologica. 

Ora, è degno di nota che questi punti di riferimento vengono giustificati esclusivamente sulla base di documenti emanati in sedi politiche italiane ed europee. Basti vedere il glossario finale, dove concetti propriamente pedagogici vengono chiariti a colpi di raccomandazioni del Parlamento Europeo, di decreti legislativi, di decreti ministeriali e decreti del presidente della Repubblica. Il fatto che come ispiratori vengano nominati «esperti» non cambia la sgradevole impressione di essere di fronte all'imposizione di una pedagogia di Stato. 

Intendiamoci: la storia delle politiche educative è la storia di orientamenti pedagogici che a seconda dell'epoca hanno giocato un'influenza maggiore, è illusorio immaginare che scelte normative nel campo dell'educazione possano essere neutre rispetto a qualsiasi opzione ideale, o ideologica. Ma qui la questione è diversa perché, come candidamente riconosce l'autore del documento (evidentemente adducendolo come merito) l'introduzione di questo tipo di valutazione ha esattamente lo scopo di costringere gli insegnanti a ragionare nei termini della pedagogia soggiacente. 



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