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SCUOLA/ Tradurre latino e greco, fatica "gratuita"? Sì grazie

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La tradizione scolastica ha comunque sempre operato secondo questa prassi: anche le versioni proposte durante i compiti in classe nel corso degli studi sono assegnate semplicemente con l'indicazione dell'autore. Certo, il più delle volte, almeno durante gli ultimi tre anni del liceo, l'autore è lo stesso dei brani su cui ci si è in vario modo esercitati nel periodo precedente, ma si tratta piuttosto dell'operazione inversa di quella suggerita dal prof. Bettini: infatti il "bravo professore" assegna come versioni domestiche testi dell'autore che lo studente ritroverà anche nella versione in classe in modo che lo stile gli sia più familiare, e non perché il contenuto del passo possa essere contestualizzato. Ma, come il gatto che vuole mordersi la coda, la prassi scolastica non cambia perché l'esame finale richiede questa abilità (mai raggiunta e forse mai raggiungibile). 

Ne è riprova il fatto che non appena si conosce la lingua oggetto della seconda prova d'esame (latino, oppure greco) la maggior parte degli insegnanti utilizza per l'altra lingua, quella di cui non ci sarà prova scritta all'esame, prove alternative: passi ben contestualizzati di opere note, domande sugli aspetti culturali del testo, talvolta proposta di più testi da confrontare eccetera; insomma proprio quello che i docenti partecipanti agli incontri promossi dal centro Ama dell'università di Siena auspicano per l'esame di Stato.

Da sempre il liceo classico ha messo in atto questo tipo di prova: ma, se in tempi passati esistevano studenti capaci di tradurre perfettamente, anche dal greco al latino (come conferma il prof. Spina), ora la traduzione sembra non essere più proponibile (lo sa bene non solo chi deve preparare in classe gli studenti, ma ancor più chi si ritrova a dover correggere le versioni d'esame), e anche questo sembra essere un tassello che rafforza l'interrogativo sull'attualità del liceo classico, così come la nostra storia ce lo ha trasmesso, tradizionalmente "fiore all'occhiello" dell'istituzione scolastica italiana.

Mi domando dunque quale sia stata la ratio che ha portato, nei tempi passati, a prevedere prove d'esame così formulate, ovvero un programma di studio congruente con tali prove finali: traduzione in italiano dal latino e dal greco ma anche in latino (e, in tempi ancor più antichi, in greco) dall'italiano.

Non sono qualificata per un'analisi precisa e obbiettiva in questo campo, posso solo esporre qualche impressione. Tradizionalmente, gli studi classici erano studi delle "belle lettere", frequentare il liceo classico significava coltivare quell'humanitas che appunto (come Cicerone insegna) non punta all'utile immediato ma diventa sommamente utile per essere veri uomini (per vivere appieno tutto); allora anche il gusto della bella lingua, in qualche modo senza altro fine che la bellezza stessa, richiedeva e permetteva di comporre con eleganza, nella lingua italiana come in quella latina. Non voglio proporre qui una laudatio temporis acti, certamente (e intrinsecamente) anacronistica, anzi condivido pienamente le osservazioni dei proff. Bettini e Spina, ma, spostando un poco la questione, desidero semplicemente osservare che la dimensione di gratuità, nel senso proprio di dimensione non utilitaristica, è comunque essenziale per una buona scuola



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