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SCUOLA/ Douglas Al-Bazi (Iraq): veniamo torturati e uccisi, ma non smettiamo di educare

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Douglas al Bazi (foto larazon.es)  Douglas al Bazi (foto larazon.es)

In seguito sono stato rapito per nove giorni, che non dimenticherò mai. Ve lo racconto perché la mia storia è la storia del mio popolo. Era un giorno normale, dopo la Messa ero andato a trovare dei miei amici; hanno bloccato l'autostrada davanti alla mia macchina, mi hanno fatto uscire dall'auto e mi hanno messo nel bagagliaio di un'altra automobile con la quale mi han portato non so dove. Appena arrivato mi hanno bendato, avvertendomi che se mi fossi tolto la benda mi avrebbero ucciso. Il primo giorno mi hanno rotto il naso, poi mi han lasciato per quattro giorni senza acqua. Per questa ragione ancora oggi non vado mai a letto senza dell'acqua accanto; tutte le notti mi sveglio spesso, tocco la bottiglia e mi rassicuro. Ci fu una trattativa con un amico sacerdote per il riscatto: dovevamo parlare in arabo e tutto veniva registrato, ma quando io gli dissi in aramaico "eiela", che significa "è finita", "non c'è ritorno", il prete si fece passare i terroristi e disse loro, prima di riattaccare: "Padre Douglas sarà per noi un altro martire". Mi portarono in una stanza orrenda, mi incatenarono e mi costrinsero ad ascoltare notte e giorno la predicazione del Corano ad alto volume, per dimostrare ai loro vicini che erano religiosi. Cominciarono la tortura rompendomi un dente col martello; la bocca si riempì di sangue, ma mi invitarono a non preoccuparmi di questo: "La notte è lunga e tu hai tanti denti". Poi mi ruppero un disco della colonna vertebrale. Non posso non pensare a queste cose, ogni volta che prendo in mano un martello. Ma il peggio è quando adoperarono parolacce e insulti nei confronti della mia gente e io non potevo rispondere per un semplice motivo: perché non sono come loro.

Mi considero fortunato ad aver la possibilità di raccontare la mia storia, ma non perché sono un eroe. Ho cominciato a raccontare questa storia perché il mio popolo sta morendo, ma non per la mancanza di cibo: quel che mi spaventa è che la stessa storia è stata raccontata già da diverse generazioni. Il mio bisnonno fuggì dall'Armenia durante il genocidio operato dai turchi; mio nonno fuggì a Mosul; mio padre fuggì a Baghdad; io da Baghdad sono risalito a Erbil.

La mia gente è divisa in due gruppi: c'è chi attende il futuro e chi ne ha paura, non vorrebbe che il futuro arrivi mai, perché quando arriva il futuro si è costretti a decidere se andare via o andare avanti, continuare. La mia chiesa è al centro di un "campo" che io mi rifiuto di chiamare così perché non è un luogo di rifugiati, ma di parenti e amici. In un giorno solo sono arrivati 35mila rifugiati; nel giardino davanti alla mia chiesa sono accampate 564 persone, di cui cinque bambini nati lì, fra tende e roulotte. Gli adolescenti pregano Dio di non tornare nelle loro case, perché non vogliono ritrovare lo stesso stile di vita imposto dai terroristi che ha reso loro impossibile la vita. Perciò da noi per lo più non c'è speranza nel futuro. La gente può sopravvivere nel dolore, ma non senza speranza.



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