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SCUOLA/ Douglas Al-Bazi (Iraq): veniamo torturati e uccisi, ma non smettiamo di educare

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Douglas al Bazi (foto larazon.es)  Douglas al Bazi (foto larazon.es)

Perché siamo ancora lì? Perché io sono ancora lì? Cosa mi fa rimanere lì? La casa è la casa, la patria è la patria: io non sono un eroe, sono semplicemente un uomo innamorato del suo Paese. Dopo le torture subite, amo la vita ancora di più e sono ancora più insofferente della violenza. La mia gente in un giorno solo ha perso tutto: potete immaginarvi questo, di abbandonare la vostra casa con solo i vostri vestiti indosso, e di rimanere con quei vestiti per due mesi, per ritrovarsi a vivere in un giardino senza bagno e doccia a quarantacinque gradi? Le ragazze in particolare mi invitano a guardare i loro capelli. Un giorno una donna incinta mi ha chiesto se era possibile partorire in una tenda. Eppure le pancione aumentano di giorno in giorno, e il quarto bambino nato lì è stato chiamato Douglas in mio onore, povero bimbo. Ci hanno rubato tutto, ma non la gioia! Nessuno di noi è arrabbiato con Dio o si lamenta con Dio. Pensate a quante cose noi lamentiamo: c'è qualcosa di cui vi lamentate? Ebbene, a noi quella ragione di lamento non manca di certo.

Comunque, io sono sorpreso di come la mia gente stia vivendo oggi. Siamo cristiani non solo per i tempi buoni, ma anche per questi. I miei rapitori, durante il sequestro, mi han chiesto cosa avrei detto loro se mi avessero rapito di nuovo. Ho risposto: "Berremo un tè e ricorderemo questi giorni, perché in questi giorni io sono stato il vostro padre spirituale". Infatti, in quei giorni uno di loro mi chiedeva come fare con sua moglie, e io incatenato e bendato gli suggerivo di non abbandonarla e di mostrarle che le voleva bene. Questo non impediva a lui e agli altri di insultarmi, durante la notte, in quanto "infedele".

Come si fa a sopravvivere? Ci sono due parole che lo spiegano. La vita non è facile, ma d'altra parte noi siamo chiamati non solo ai tempi di relax ma anche ai tempi difficili. Distinguendo tra il breve e il lungo termine, nel breve termine dobbiamo aiutare la gente a guarire, ma nel lungo termine dobbiamo aiutare la gente, le generazioni a crescere. Ecco perché parlo di educazione. L'Isis era un vermicello, ma è diventato un dragone perché ha trovato gente ignorante, senza educazione. Non dobbiamo esser egoisti, dobbiamo fermare il dolore alla nostra altezza, impedendo che si trasmetta alla generazione successiva. 

Come? Dobbiamo perdonare. Questa non è una parola: il tempo del perdono coincide con il tempo della guerra, perciò è questo il tempo del perdono. Se perdoniamo, vuol dire che siamo liberi; se non perdoniamo, vuol dire che siamo come loro. È la stessa cosa che disse Gandhi quando, a chi gli chiedeva "Perché non ti vendichi di quelli che ti hanno colpito?", rispose: "Qual guadagno ne ho se inseguo il cane che mi ha morso per morderlo a mia volta? Ci troveremmo con due cani". Questo è il motivo per cui ci vuole conoscenza: oggi in Iraq ci ritroviamo con seimila anni di civiltà ma siamo senza cultura! La conoscenza è l'arma potente contro le menti vuote dei malvagi. 



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