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SCUOLA/ Non basta l'opposizione dei burosauri (sindacali) a "promuovere" il ddl

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Il premier Renzi sarà pure soddisfatto che la scuola finalmente sia al centro del dibattito nel paese, ma è evidente a tutti come più che di un dibattito si tratti di uno scontro dai tratti palesemente politici che sembrano trascendere i contenuti del ddl. Scontro, dunque, tra due posizioni: una preistorica e in controtendenza col resto del mondo, dei sindacati, ricompattati per l'occasione per la prima volta dal 2007 (anche allora, come oggi, c'era un governo di centrosinistra) ed una riformista, ma un po' ingenua, del governo.
Da una parte un mondo sindacale, trainato dalla Cgil, che rifiuta l'alternanza scuola-lavoro, presente in tutta Europa, ignorando realtà come quella del sistema duale tedesco il cui modello vincente ci aiuterebbe a risolvere il grave problema della dispersione scolastica, arrivata a livelli insostenibili. Che respinge l'abbattimento di un vecchio tabù ideologico come rendere obbligatori i percorsi di alternanza scuola-lavoro anche in quei luoghi intoccabili che sono i licei, che vorrebbe dire il superamento del radicato paradigma gentiliano per aprire finalmente un varco alla valenza formativa delle esperienze di lavoro e pratiche nel panorama teorico dell'istruzione.
I burosauri, ancor oggi depositari di battaglie ideologiche tanto anacronistiche in una Ue dove vige ovunque il principio di libertà educativa imperniato sulla molteplicità delle offerte formative, si scagliano autolesionisticamente anche contro le donazioni volontarie del 5 per mille e le previste detrazioni alla scuola paritaria, contrabbandandole, scorrettamente, come ulteriori soldi spesi per le scuole private. Ma si tace sul fatto che circa un milione e 200mila studenti delle scuole paritarie (di cui è il caso di ricordare che solo il 6,3 per cento sono cattoliche), se queste dovessero essere istituite dallo Stato, graverebbero sulle nostre casse.
Come pure l'accanimento, rivitalizzato per l'occasione, contro le misurazioni Invalsi, di cui si finge di non sapere che lo scopo precipuo è che, una volta restituite alle scuole, serviranno agli insegnanti per riflettere sulle carenze evidenziate e poter ritarare la didattica in modo da garantire quell'equità dell'offerta formativa in tutto il Paese, oggi a macchia di leopardo.
D'altra parte il fatto che molte scuole siano rimaste chiuse il giorno dello sciopero, denota lo stato di disagio della categoria degli insegnanti che certamente è stato colpevolmente sottovalutato.
Un disagio certamente giustificato da anni di mancato riconoscimento professionale, di un contratto scaduto da troppo tempo, di pioggia di norme non legislative ma imposte dall'amministrazione che hanno riversato nuovi ed ulteriori compiti sui docenti. Si pensi a tutte le complesse problematiche sui Dsa, Bes, Adhd da gestire; un Clil che, vista l'inerzia dell'amministrazione, ha lasciato le scuole ad arrangiarsi da sole in vista del prossimo esame di stato; il complicarsi della situazione del precariato; le nuove indicazioni nazionali del I ciclo da attuare e, manco a dirlo, l'attuazione della riforma degli ordinamenti della secondaria che giunge quest'anno a compimento, con un esame finale che è ancora un'incognita in molte sue parti.



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COMMENTI
19/05/2015 - I ricordi sbagliati della Preside Tonna (Franco Labella)

Ormai posso aprire una rubrica sulle frasi isolate perché significative. In apertura di articolo la preside Tonna ricorda che l'ultimo sciopero unitario risalirebbe, in base ai suoi ricordi, al 2007, governo di centrosinistra scrive lei e quindi governo Prodi. Mi spiace darle una notizia: era il 30 ottobre del 2008, al governo c'era Berlusconi ed il ministro era Gelmini. Scioperarono allora 670.000 persone, più o meno lo stesso numero del 5 maggio 2015. I paralleli possono continuare: anche allora il ministro Giannini, oops Gelmini, giudicò lo sciopero sbagliato ed i suoi provvedimenti giusti. La storia si ripete, perciò. Ma non come ricorda l'autrice. La quale si inserisce nel filone del "dalli ai sindacati". Singolare posizione visto che si discute di un provvedimento del Governo del quale lei stessa scrive "di tutto ciò (di quello che reputa necessario) nel ddl non c'è traccia". Con ciò confermando che il ddl va bene non per la scuola ma perché serve a distruggere i sindacati? Ed il punto di domanda sottintende una risposta dell'autrice. Anche Cominelli ha fatto "coming out" sulla lettura del ddl non pro qualcosa ma contro qualcuno. Peccato solo che i "qualcuno" siamo noi, quelli che nella scuola ci lavorariamo, ci crediamo e, quando serve, scioperiamo. Contro le Gelmini e le Giannini a dimostrazione che non c'entra il furore ideologico ma, se mai, la difesa di principi e concezioni diverse.