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SCUOLA/ Licei su, professionali giù, la solita "piramide" a gradoni

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Il sistema scolastico italiano resta a scalini digradanti e chi può abbandona il gradino più basso cercando di occupare un posto ritenuto più prestigioso. Innegabilmente il gradino più basso rimane quello dei professionali dove, paradossalmente, la differenza di consistenza del tessuto produttivo non si traduce in effettive differenze nei numeri delle iscrizioni: le regioni italiane che hanno più iscritti ai professionali sono infatti Puglia e Basilicata (22%), quelle che ne hanno di meno (attorno al 15%) sono Abruzzo e Molise.

Emerge forse qui il punto più critico di tutto il bisogno di cambiamento della scuola italiana, che quest'anno porta a regime il riordino della Gelmini e si segnala per la mancanza di una seria politica nazionale di qualificazione dell'istruzione tecnica e professionale. Su quest'ultimo settore pesa l'inerzia di molte Regioni che si sono sottratte al compito di promuovere un rinnovamento della formazione professionale. Ma la dichiarata volontà governativa di rilanciare un rapporto organico con il mondo del lavoro non si può fermare all'introduzione, pur positiva, di un monte ore obbligatorio di stages e alternanze. Se questo è un segnale positivo di attenzione, risulta anche insufficiente senza un più radicale ripensamento dei curricoli tecnico-professionali, senza una più decisa liberazione delle autonomie scolastiche nella loro capacità di costruire percorsi adatti ai contesti produttivi e alle esigenze formative, senza una effettiva possibilità di destinare gli insegnanti migliori ai settori scolastici più problematici, senza una scelta di orientamento delle risorse, poche o tante che siano, al sostegno dell'istruzione tecnica e professionale.



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