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SCUOLA/ Il mostro del precariato è ancora vivo e vegeto, ecco perché

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Davanti al Miur (Infophoto)  Davanti al Miur (Infophoto)

Purtroppo la resistenza a soluzioni occupazionali efficaci ma non statali è fortissima. Da noi,  specialmente nella scuola, qualunque ragionamento sull'occupazione che non si concluda con "l'immissione in ruolo" statale è visto male. Errore grave. Questa mentalità ha creato una doppia distorsione. Chi lavora nel pubblico è troppo garantito e chi lavora nel privato (e sono 4 persone su 5) lo è troppo poco. I costi delle garanzie al pubblico impediscono inoltre investimenti sulle protezioni generali per tutti i lavoratori e le deboli coperture per il privato spingono verso l'impiego pubblico. Una spirale senza sbocchi.

La spinta verso il posto pubblico andrebbe analizzata anche in generale, al di fuori della scuola, perché ormai è diventata un dramma nazionale. Il richiamo del posto nel pubblico impiego infatti è fortissimo da decenni. Non solo per il centro-sud alla ricerca spasmodica di una rendita laddove il posto di lavoro è carente, ma anche al nord. Al nord la spinta verso il posto al comune o alla provincia o alla regione è cresciuta negli anni, dopo un periodo del dopoguerra in cui il basso stipendio pubblico era spesso scoraggiante rispetto al posto privato.

La base di fondo della spinta è la sicurezza del posto ed un lavoro quantitativamente meno impegnativo anche se poco gratificante o perfino frustrante per le persone intraprendenti.

Ma perché la risposta al bisogno di sicurezza economica e di tranquillità operativa deve essere data nel e solo nel pubblico impiego? Questa è la vera domanda che dovrebbero porsi i pedanti e a volte ossessivi sostenitori dell'equità e dell'uguaglianza. Perché nel pubblico impiego l'orario è di 36 ore settimanali contro le 40 del privato? 36 ore effettive, senza intervallo mensa che per il privato porta a 45 le ore reali dell'impegno lavorativo. Perché l'insegnante della regione Lombardia figura con un orario di servizio da impiegato (36 ore settimanali) mentre quello statale ne ha 18? Perché solo nel pubblico esiste il "pagamento" tramite accelerazioni del percorso pensionistico come l'insegnamento in situazioni particolari (carceri, piccole isole)?

Ho conosciuto di persona un pensionato che a 60 anni andò in pensione con 55 anni di "servizio", e quindi 2 pensioni, ottenuti aggiungendo il regalo di 7 anni per ex combattenti dato solo agli statali più il raddoppio degli anni di servizio presso l'arsenale di Taranto.

Probabilmente il sindacato ha cercato di fare del pubblico impiego, oltre che lo strumento improprio per affrontare la questione meridionale, lo strumento per accelerare "l'emancipazione dei lavoratori dalla schiavitù del lavoro salariato". Metto tra virgolette questa frase che oggi ha un suono quasi biblico ma che fino a qualche decennio fa corrispondeva al sentire ed al linguaggio delle nuove élites in formazione nelle università. Lo stato doveva essere uno strumento per la fustigazione del capitalismo. Ed il trattamento speciale riservato ai dipendenti pubblici acquisiva così non il carattere di un privilegio, ma quello del buon esempio da generalizzare.

La crisi economica mondiale (assai più del crollo dei paesi socialisti e dei miti ad essi collegati) ha azzerato certi ragionamenti fatti al di fuori del reale calcolo economico. E adesso siamo qui, con meno illusioni ma con più libertà di trovare soluzioni vere ai problemi.



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