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UNIVERSITA'/ Tra quella italiana e quella americana, Ovidio preferisce la seconda

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La Columbia University a New York (Immagine dal web)  La Columbia University a New York (Immagine dal web)

Chiunque abbia insegnato materie umanistiche in università americane nell'ultimo decennio o giù di lì, e abbia seguito (anche semplicemente leggendo i titoli delle relazioni e tavole rotonde che vengono organizzate) l'attività delle varie associazioni professionali d'ambito umanistico — in primo luogo naturalmente la colossale macchina della "Modern Language Association" (Mla), ma anche specificamente la "American Association of Italian Studies" (Aais) che (buona notizia) è cresciuta molto negli ultimi anni — ha dovuto fare i conti con un fenomeno per cui la vecchia etichetta di "correttezza politica" si rivela ormai pateticamente insufficiente. 

Quello che è da tempo cominciato è un vasto processo sociale: come reazione al sospetto generalizzato di irrilevanza verso le scienze umane (sospetto che può avere conseguenze tangibili sui fondi assegnati alle università), molti docenti e studenti hanno cominciato a premere per trasformare le discipline umanistiche in qualcosa di simile al braccio ideologicamente agguerrito (con le armi della cultura più raffinata) dell'attivismo progressista. In un classico sviluppo storico-dialettico che sarebbe molto interessato a Marx ed Engels, questa radicalizzazione ha avuto peraltro anche l'effetto di aumentare la tradizionale sospettosità di vasti strati dell'opinione pubblica, e di molti nuclei del capitalismo più conservatore, verso gli studi umanistici — ma questa è un'altra storia.

Il preambolo può esser sembrato lungo, ma era necessario per collocare in una prospettiva seria lo scandaletto che ultimamente è rimbalzato anche sui giornali italiani: la diffusione cioè, in varie università, di richieste, da parte di gruppi studenteschi appoggiati da vari comitati di controllo sul multiculturalismo, di segnalare all'attenzione ammonitoria di docenti e discenti quei passi di opere ormai inscritte nel canone letterario antico e moderno (dalle Metamorfosi di Ovidio ai grandi romanzi della modernità americana) che possano provocare "traumi" o apparire men che rispettose delle diverse "identità".  

Parlando di letteratura, non è fuor di luogo una noterella terminologica: l'italiano tende a designare queste marche di avvertimento con parole come "bollini" o "bollini rossi", mentre in inglese — con la mescolanza tipica della cultura americana fra gergo para-scientifico e linguaggio bellicoso — si parla di trigger warnings. È vero che il termine trigger è qui usato nel senso di "evento che fa precipitare altri eventi" (e in questo senso la parola inglese mi risulta essere usata oggi anche in italiano, nell'ambito delle scienze mediche e psicologiche), ma è innegabile la suggestione di violenza che il termine possiede nella lingua originaria: trigger è soprattutto usato in inglese nel significato di "grilletto" di un'arma da fuoco (e, com'era prevedibile, coloro che fortunatamente hanno cominciato a opporsi a questi eccessi, hanno cominciato a parlare di contestatori trigger- happy, ovvero "con il grilletto facile").



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