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SCUOLA/ "Giovani, siate curiosi, perché la fortuna non esiste"

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Mario Calabresi e la classe IV del "De Nicola" (foto dell'autore)  Mario Calabresi e la classe IV del "De Nicola" (foto dell'autore)

Per Calabresi se Tammy è riuscita a fare della sua vita un miracolo non è stato per una fortuna, quella di aver incontrato persone amiche, bravi psicologi o per l'insieme di circostanze che l'hanno portata a collaborare anche con Barack Obama, prima che questi diventasse presidente.  "Sì, tutte queste cose aiutano ma non sono state decisive. Quegli aiuti sono valsi come scintille che non avrebbero mai incendiato il suo cuore se lei non si fosse data una mossa".

Mario Calabresi è stato per due anni negli Usa per documentare tante altre storie di uomini e donne — come quella di Tammy — che hanno avuto il coraggio di rialzarsi, ad esempio dalla grande crisi  finanziaria — "la bolla immobiliare" — che ha colpito l'America. Racconta di facce nomi aneddoti, di cosa accade nel cuore di chi  precipita nelle periferie esistenziali ma trova la forza di rialzarsi senza aspettare la fortuna, per innestarsi nella grande positività del reale. 

Riccardo, uno studente che ama più giocare a carte che studiare le lettere, chiede: "Però lei come fa a svolgere il lavoro di giornalista, avere passione per un lavoro fatto di notizie sempre negative?". 

"Sai, è come in un condominio — la risposta —. Noi diamo per scontata la normalità. Di cosa si parla nel condominio dove abitate voi? di quello che al terzo piano urla e sbraita con i figli che rincasano tardi, oppure di due che al secondo piano litigano o si tirano i piatti, oppure si parla di chi non paga le spese condominiali. E' vero i giornali parlano di un sacco di notizie brutte e ci sembra troppo! Però forse guardiamo troppo poco o diamo troppo poco valore al nostro quotidiano. Comunque ci si appassiona a questo lavoro per via della curiosità. L'anima del giornalista è la curiosità". 

Giovanni Battista, un altro studente che ama più le discoteche e cambiar morose che leggere giornali: "Ok, però come si fa restare uomini normali in un mestiere in cui si è a contatto con tutti i mali del mondo e di più?".

"Mantenendo lo sguardo e gli occhi sempre nuovi sulle notizie si resta umani — risponde Calabresi —. Io ho un fratello che ha fatto il volontario sulle ambulanze. Lui mi raccontava che fare il soccorritore è un po' come fare il giornalista, se si pensa al fatto del 118 che ti può mandare in una situazione di emergenza nella quale non sai cosa troverai. Bisogna essere vigili: che adrenalina ma anche che responsabilità! E lui mi raccontava di alcuni soccorritori — la cosa  vale anche per un giornalista — che al rientro da un servizio alla domanda 'Allora com'è andata?' rispondevano in maniera cinica: 'Ah, niente, nessun morto. Niente di che'. Ma come sarebbe? La faccenda diventa interessante se ci son i morti? Meglio poi se più di uno? Avevo uno zio chirurgo che quando tornava a casa, a cena i figli talvolta chiedevano: 'Papà, come è andata oggi?', 'Eh, mi è morto uno!'. 'Ma come, papà, hai fatto morire uno sotto i ferri?!', 'Sì, è vero, però ho fatto tre operazioni. Nelle altre due ho salvato la vita ai pazienti'. Si può abitare il dramma senza scadere nel cinismo. In conclusione un mestiere appassiona se non ci fai mai il callo, se non lasci stravolgere l'uomo che è in te, sia che tu faccia il giornalista o l'insegnante o il genitore o tu sia un prete o un campione di calcio". 



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