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SCUOLA/ "Giovani, siate curiosi, perché la fortuna non esiste"

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Mario Calabresi e la classe IV del "De Nicola" (foto dell'autore)  Mario Calabresi e la classe IV del "De Nicola" (foto dell'autore)

Quello con Calabresi è stato un incontro che è venuto dopo quello fatto con Machiavelli. Tutto è cominciato lì. Infatti a chi mai sarebbe venuto in mente di andare a trovare Calabresi se non fosse stato per lui, l'autore fiorentino de Il principe. La discussione era scoppiata quando abbiamo letto questi giudizi: "iudico poter esser vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi". Come tutti gli umanisti del Cinquecento che hanno inaugurato una idea di ragione come calcolo, come "misura" del reale, anche per Machiavelli il 50 per cento della nostra vita è in mano alla Fortuna (nel senso latino di sorte, destino). In realtà forse per noi postmoderni le cose stanno cambiando: le storie di coloro che nel vivere nascono e rinascono, la cui personalità muore e risorge e che gli eventi aiutano a sviluppare, ci dicono che la fortuna non esiste ma che in noi c'è un divino così vicino, così vicino che a un grande del secolo scorso ha fatto scrivere: "Forse Dio è più vicino al nostro tempo glaciale che al barocco con lo sfarzo delle sue chiese, al medioevo con la dovizia dei suoi simboli, al cristianesimo dei primordi con il suo giovanile coraggio di fronte alla morte; solo noi lo percepiamo… da questo senso del divino potrebbe sorgere una fede, non meno valida, anzi più pura, in ogni caso più intensa di quanto sia mai stata nei tempi della ricchezza interiore" (Romano Guardini).



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