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SCUOLA/ "Giovani, siate curiosi, perché la fortuna non esiste"

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Mario Calabresi e la classe IV del "De Nicola" (foto dell'autore)  Mario Calabresi e la classe IV del "De Nicola" (foto dell'autore)

Studiare la letteratura potrebbe essere cosa noiosa — specie per degli studenti di un istituto tecnico.     Ma non è detto. Può accadere di imbattersi in un tematica letteraria come quella della fortuna, che ha dato tantissimo da pensare — e senza venirne a capo — ai nostri letterati, pensiamo solo a Boccaccio e a Machiavelli, ma che pure può far breccia nella curiosità dei ragazzi. A quel punto chi o meglio di Mario Calabresi e del suo libro "La fortuna non esiste" poteva diventare interlocutore in una discussione tra studenti? Non lo abbiamo contattato in video conferenza. Siamo andati a trovarlo, a Torino, nella nuova sede de La Stampa da dove ormai da anni dirige il quotidiano piemontese. 

Non gli abbiamo fatto un intervista a tutto campo. E' stato un veloce scambio di battute, intenso, un incontro. Nessuna tesi precostituita sulla fortuna. Calabresi non vuol sentir parlare di teoremi. Conosce l'arte del racconto, maestro qual è di giornalismo, quello di chi mediante la scrittura ti fa sentire il sapore e il profumo della realtà. Qualcosa che il padre del giornalismo moderno — Daniel Defoe, altro autore in programma — conosceva bene: guardare a occhi aperti, osservare con curiosità, fissare e paragonare dettagli, sorprendere il non detto e poi ...scrivere! E' con una scrittura così che la realtà arriva direttamente al lettore, come quando si beve l'acqua di sorgente direttamente, senza bicchiere e a sorsate. 

Ne parliamo con Mario che si schermisce davanti agli apprezzamenti sulla sua scrittura. Preferisce entrare nel dettaglio dei personaggi che ha personalmente conosciuto e raccontato. Ci chiede quale storia ci sia piaciuta di più fra le diverse storie del libro; ci ha fatto discutere molto quella su Tammy Duckworth, una delle prime donne a pilotare un elicottero da combattimento negli States. In missione in Iraq nel 2004, Tammy è stata abbattuta nei cieli di Bagdad, mentre a 250 km l'ora sfrecciava sulle cime degli alberi per non essere colpita. La sfortuna ha voluto che fosse abbattuta e che in seguito perdesse tutte e  due le gambe… "Ma lei — ricorda Calabresi — si arrabbiava se  dicevo che aveva perso gli arti inferiori per un incidente di guerra". "No. Ho perso le gambe per il mio paese, non le ho perse per una stupida guerra in Iraq e sicuramente non le ho perse per George Bush". 

Tammy — dopo un  certo tempo sempre chiusa in casa o a letto in silenzio, a piangere tutto il giorno e a pensare alle gambe che non aveva più — un bel giorno si è detta: "Tammy, muovi il culo, è ora di alzarsi". Protesi di metallo, trenta operazioni, dolore e infezioni ed ecco... una nuova Tammy, che cammina, guida la macchina, fa palestra e ora si immerge perfino come sub. "E che  gaff — confessa l'autore — ho fatto quando vedendo la muta, la maschera e la bombola d'ossigeno in un angolo dell'ufficio le ho chiesto se erano lì per ricordare lo sport da sub che praticava prima dell'incidente!". 



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