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UNIVERSITA'/ Quando i buoni studi diventano una "prigione"

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Ora, se nei fatti la conoscenza universitaria ovviamente serve per e al mondo del lavoro, è altrettanto vero che la medesima conoscenza non può avere come ragione ultima il lavoro. L'università è nata e si è sviluppata innanzitutto per un amore alla conoscenza, che trova anche immediata utilità pratica, soprattutto perché fa crescere la persona in un cammino di sviluppo personale senza limiti precostituiti. Ma restringere l'orizzonte all'applicabilità delle conoscenze che si acquisiscono non giova allo sviluppo del "materiale umano" che si va formando. Come già diceva Ugo di San Vittore nel 1300: "coartata scientia iocunda non est". 

Cosa serve perché un ragazzo sviluppi al massimo grado la sua personalità, anche attraverso lo studio? Forse nuove tecniche mnemoniche o per prendere appunti? Aule più luminose e spaziose? Nuove e roboanti tecnologie? Quello che si vede dal mio punto di osservazione è che i ragazzi hanno bisogno di incontrare qualcuno capace di suscitare in loro passione e desiderio di conoscere. Persone che per prime vivano una sete di conoscenza. Quanti professori entrano in aula con questo "fuoco"? E quanti sono disposti a compromettersi con gli alunni?

Non si diventa grandi da soli: il rapporto autorevole — fondamento dell'università medievale — resta la pietra d'angolo su cui fare crescere le persone. Questo andrebbe recuperato come tesoro su cui ripensare l'università italiana, vecchia nell'impostazione fortemente elitaria, ma protesa a raccogliere un numero di studenti sempre più grande, anche da altri paesi. Recuperare il fattore relazione è il segreto per fare crescere nuovi protagonisti in ogni campo, al di là delle particolari condizioni nelle quali il corpo docente è chiamato a operare, e al di là del dettaglio con cui si offre la materia da studiare.

L'università opera un trasferimento delle conoscenze: ma è il trasferimento della sete di conoscere ciò che mette in moto un dinamismo nuovo nella persona. Altrimenti avremo ottimi, anzi eccellenti "prodotti", bravissimi sotto il profilo tecnico e delle competenze, pronti a cogliere tutte le occasioni migliori per occupare posti di prestigio e ben remunerati, ma poveri umanamente. Il mondo accademico deve continuamente decidere: formare persone instillando in loro il fuoco della conoscenza, o produrre "solo" ottimi professionisti? E per che cosa? Per quale ideale? 

Il trionfo della tecnocrazia, quanto di più limitato e pericoloso si possa pensare, è dietro l'angolo.



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