BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

UNIVERSITA'/ Quando i buoni studi diventano una "prigione"

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Infophoto  Infophoto

Da direttore di un collegio universitario, il lavoro che svolgo è complesso e variegato: accompagnare i ragazzi che fanno l'università all'ingresso nel mondo del lavoro, sostenendoli durante il loro percorso di studi. Conosco da vicino quello vivono gli studenti di una città importante dal punto di vista accademico come Milano e i numerosi colloqui e incontri che ho con loro mi stanno facendo rendere conto della direzione nuova dell'università, soprattutto dal punto di vista dell'offerta didattica.

L'impianto didattico italiano, pur se antiquato, ha sicuramente valore; prova ne sono i numerosi giovani italiani che vanno all'estero a svolgere lavori di ricerca non di rado prestigiosi e a ricoprire con successo importanti ruoli in grandi aziende. Eppure, qualcosa nell'offerta didattica e quindi nel conseguente approccio che acquisiscono di fronte allo studio è spunto per interrogativi che crescono con l'andare degli anni e che riflettono un trend culturale ampio e non relegabile al solo mondo universitario.

I nostri studenti sono ben preparati, cosa che consente loro di collocare qualsiasi contenuto di un determinato campo di indagine entro una cornice di riferimento chiara e definita. Questo è un unicum della nostra impostazione didattica universitaria, che si rivela però un'arma a doppio taglio: da un lato produce persone in grado di adattarsi a situazioni diversissime, dall'altro richiede una quantità di tempo fra lezioni e studio molto maggiore di quanto avviene in altri paesi, di fatto invadendo completamente la vita degli studenti. Spesso infatti lo studio è presentato come un totalizzante e unico interesse "importante", e capita che gli studenti non si diano spazio per allargare l'orizzonte degli interessi e fare nuove esperienze formative o culturali, rinchiudendosi nello spazio dello studio. Invece che allargare le conoscenze, tutt'al più cercano evasioni effimere o ludiche.

Senza entrare troppo nella modalità con cui l'offerta didattica viene impartita, il dato generale è che in molti casi i professori non riescono a staccarsi dalla classica lezione frontale, vuoi per il numero troppo alto di studenti, vuoi perché cambiare è difficile e richiederebbe il supporto di una struttura che dovrebbe pensare di investire non solo nella ricerca ma anche nella didattica, magari valutandola seriamente. Questi problemi si avvertono un po' in tutte le università, ma molto più acutamente nei corsi tecnologici, che necessiterebbero probabilmente di alcuni ripensamenti nell'approccio.

Al di là di queste criticità, forse insormontabili senza una revisione complessiva del sistema, il punto più interessante e drammatico è che l'esito di questa impostazione spesso dà agli studenti un approccio limitato, anche se le loro capacità teoriche sono di livello più che buono, anzi spesso eccellente. Penso che il limite sia dato dalla percezione dello scopo dell'università in quanto tale. A volte mi diverto a chiedere alle matricole se sanno quando è nata l'università e perché. Rarissimamente ho potuto ascoltare la risposta giusta alla prima domanda (nel Medioevo), praticamente mai alla seconda. Anzi, sulla seconda la risposta è "un anello di congiunzione fra scuola e mondo del lavoro".



  PAG. SUCC. >