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SCUOLA/ "Noi docenti saremo tutti meno liberi, grazie Renzi"

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Matteo Renzi e, sullo sfondo, Stefania Giannini (Infophoto)  Matteo Renzi e, sullo sfondo, Stefania Giannini (Infophoto)

Nella speranza di essere appetibili si cercherà di accumulare un po' di tutto, specie ciò che va di moda e che si acquista in fretta, in una perenne tensione a vantare meriti propri e a sperare nei demeriti altrui. A vivere così, si diventa sempre più sottili, sempre più spogli di rapporti autentici come di autentici amori, come di conoscenze approfondite: sempre più adatti ad essere funzioni di un'organizzazione, a eseguire senza porsi domande, a fare quello che si deve fare senza che il capo ti sorvegli. Sviluppando magari la tendenza a farsi sorveglianti dell'ortodossia e della diligenza altrui, visto che l'altrui demerito costituisce una garanzia forse più sicura del proprio merito.

"Dove c'è il tuo tesoro là c'è il tuo cuore", no? E se il tuo tesoro, cioè ciò che ti dà da vivere, è l'efficienza esecutiva rispetto a un progetto altrui, là sarà il tuo cuore, di questo sarai trasparente, questo insegnerai. 

E' questo che vogliamo? Insegnanti impauriti e oggettivamente resi nemici gli uni degli altri, preoccupati solo di piacere al dirigente? Saranno, costoro, più consapevoli e innamorati dell'irriducibile valore della persona dei nostri figli? Di certo saranno preoccupati di "come" insegnare e non di "che cosa" insegnare: quello lo decide il dirigente. E come? Sono i dirigenti altrettanti geni universali, o almeno premi Nobel dell'educazione? Qualcuno magari, ma generalmente no. Difficile che siano in grado, ciascuno, di studiarsi la sua scuola, di elaborare piani dell'offerta formativa originali. Tanto più che non hanno soldi, per farlo. Che sono ben contenti di, o devono rassegnarsi a, acchiappare i progetti già bell'e pronti che arrivano dall'esterno con i necessari finanziamenti. E soprattutto, devono fare spazio, all'interno di un monte ore sempre più elastico e funzionale, alle uniche cose davvero obbligatorie: le tavole della legge delle diverse educazioni che il ministero impone di impartire. Pillole di pensiero unico, insistenti, categoriche, semplificate. Soli contenuti davvero accreditati di autonomo valore, sulle macerie della cultura divenuta puro strumento per altro.

Riassumendo: la scuola renziana, quella che prepara al lavoro, somiglia molto all'inquietante sintesi di Abravanel. Le somiglia perché si propone come riforma della scuola ma non si interessa dei contenuti, solo dell'organizzazione. Ma se una riforma dell'organizzazione può essere chiamata "riforma della scuola" è chiaro che scuola e organizzazione coincidono, virtualmente senza residui: tutto il resto è fattore, fungibile e secondario. 

Scuola e organizzazione coincidono perché essere funzioni dell'organizzazione è tutto ciò che il pensiero prevalente del nostro tempo riesce a suggerire circa il destino degli esseri umani. A questo devono essere educati e quindi, in primo luogo, bisogna presentare loro efficaci modelli. Questo saranno i nuovi insegnanti. Modelli in positivo, premiati quando "funzionano" bene; modelli in negativo, sempre timorosi e precari, adatti a trasmettere il senso di come la condizione alienata del "funzionale" sia comunque in sé un privilegio, tutto ciò che ti separa dall'essere meno anche di quello, respinto nel limaccioso mare degli scartati. 



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COMMENTI
13/06/2015 - Sarò politicamente scorretto (Franco Labella)

Non è buona cosa far dire ad un autore quello che non ha scritto o ricostruirne i giudizi non espressi ma leggendo la precisa ricostruzione di Giuliana Zanello su quali siano le matrici culturali e i rischi della BS mi sono posto questa semplice domanda: ma cosa può aver spinto una collega (che non conosco e di cui posso solo leggere gli articoli sin qui pubblicati sul Sussidiario) che mi pare prudente nei giudizi a paventare rischi gravi di confusione professionale e camaleontismo dei futuri (e presenti) docenti scelti dal dirigente renziano? Ripeto, non conosco Zanello ma non mi pare possa essere inquadrata nella caricatura di Taddei e mi richiedo: cosa spinge una docente, a me pare dagli interventi equilibrati, a scrivere le cose che ha scritto? All'addetto stampa di Renzi (e l'editor non mi consente il grassetto se no lo userei): se magari gira l'articolo della Zanello forse Renzi la smetterà di fare ancora oggi sparate del tipo: "se voglio il ddl l'approvo domani... quindici giorni di discussione e poi le riforme si fanno". Rifletta Renzi, rifletta e legga, legga tanto, non solo i tweet....

 
13/06/2015 - Al gentile Taddei (Franco Labella)

Gentile Taddei, ignoro quale sia il suo lavoro ma se l'avessero assunta come medico e pretendessero di valutare la sua capacità di organizzare gli acquisti alimentari settimanali come la prenderebbe?Se lavora come tornitore e volessero valutare la sua capacità come idraulico? Se lavora come docente e volessero valutare non le sue doti di didatta ma la sua capacità di essere funzionale, come scrive Zanello, all'idea di scuola del dirigente, scriverebbe ancora quello che ha scritto? Rsvp

 
12/06/2015 - Scuola verticale e la didattica va KO (1/2) (Vincenzo Pascuzzi)

1) La citazione di Roger Abravanel “le competenze richieste oggi … non sono di tipo tecnico, specialistico o tecnologico, … sapere cosa fare e farlo ... essere in grado di risolvere problemi e di interagire con gli altri” sembra paradossale e contraddittoria oppure applicabile - forse - solo ad alcune posizioni gerarchiche e figure dirigenziali e nelle attività commerciali e di marketing. Non dimentichiamo che R.A., pur con c.v. prestigioso (v. McKinsey & Company), non ha nessuna esperienza diretta di scuola e di insegnamento, eppure pontifica con a) riferimento fideistico, dogmatico, mitico alla scuola-azienda di Milton Friedman; b) ai test Invalsi spacciati come oggettivi (mentre in USA sono sotto accusa e contestati); c) alle scuole sottoposte alle leggi del mercato e in concorrenza le une con le altre; d) al buono-scuola o voucher o costo standard (tenacemente richiesto dalle private cattoliche camuffate da pubbliche).

 
12/06/2015 - Scuola verticale e la didattica va KO (2/2) (Vincenzo Pascuzzi)

2) La riforma bastarda, la c.d. “buona scuola”, che si ispira (o copia) chiaramente a indicazioni confindustriali (scuola-azienda, preside-manager o simile, ….), opera una verticalizzazione strutturale della scuola. Gli aspetti organizzativi, burocratici, gerarchici prevalgono sulla didattica e sui suoi protagonisti e attuatori reali (docenti e discenti). Gli aspetti formali e d’immagine e la rappresentazione hanno la meglio sugli aspetti reali, sostanziali ed essenziali. Per questa azione di potere occorre creare complessità, inventarsi concorrenze e graduatorie, quantificare e rendere oggettivi (falsamente) qualità e altri aspetti essenzialmente soggettivi. Occorre fare continua propaganda, aggredire, deridere, sminuire chi non è d’accordo e contesta (è quello che sta avvenendo), inventarsi capri espiatori, colpevolizzare i docenti che “dal ’48 accampano tutte le scuse per non farsi giudicare”. La didattica – conviene sottolinearlo – è attività sostanzialmente paritaria, orizzontale, individuale, si esplica nel binomio docente-discente/i. Secondo Malala Yousafzai: “One child, one teacher, one book, one pen can change the world”. Non parla di preside, tanto meno di manager, non di valutazione, né di classifiche. È vero che è una situazione iniziale e semplicissima e che le cose cambiano con il numero di “teachers” e “children” coinvolti, ma non possiamo dimenticare e stravolgere la situazione d’inizio.

 
12/06/2015 - commento (francesco taddei)

i docenti italiani dal '48 accampano tutte le scuse del mondo per non farsi giudicare.