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SCUOLA/ "Noi docenti saremo tutti meno liberi, grazie Renzi"

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Matteo Renzi e, sullo sfondo, Stefania Giannini (Infophoto)  Matteo Renzi e, sullo sfondo, Stefania Giannini (Infophoto)

"A differenza di quel che si crede, le competenze richieste oggi a chi lavora non sono di tipo tecnico, specialistico o tecnologico, ma consistono nella capacità di interagire in modo efficace con l'organizzazione aziendale e con le sue regole. Questo significa possedere la cosiddetta «etica del lavoro», che vuol dire sapere cosa fare e farlo anche senza un capo che ci sorveglia, essere in grado di risolvere problemi e di interagire con gli altri. Sono le soft skills, per usare un inglesismo molto diffuso tra gli addetti ai lavori. Solo con queste competenze le aziende riescono a valorizzare il capitale umano, che è la vera fonte di vantaggio competitivo nella società postindustriale, in cui le capacità delle persone contano più delle macchine e delle fabbriche".

Per avere lo studente auspicato da Roger Abravanel può essere buona cosa cominciare dagli insegnanti. E in effetti l'insegnante prefigurato dalla Buona Scuola ha molte di queste caratteristiche. Sarà valutato, ma non sulla preparazione nelle discipline di insegnamento: un dirigente non può conoscerle tutte. Il dirigente valuterà dunque sulla base delle proprie necessità che, data la sua mansione, sono prevalentemente organizzative. 

Certo, nessuno dice che le discipline non contano più, ma non c'è bisogno di dirlo: basta darle per scontate, basta che non siano più l'oggetto primario per cui vivi o muori, entri o no, resti o te ne vai, ed ecco che si ritirano nell'ombra, lasciando spazio ad altre qualità. Quali? La capacità di interagire con l'organizzazione e le sue regole. Del resto, da qualche parte lo dice anche la Buona Scuola: bisogna valorizzare gli insegnanti che danno una mano a mandare avanti la scuola. Semmai, le competenze personali (non necessariamente legate alle discipline di insegnamento) saranno importanti per realizzare i vari progetti del piano dell'offerta formativa proposto dal dirigente, progetti che gli insegnanti non sono più chiamati a decidere ma solo a realizzare, risolvendo i problemi che via via si presentano, pragmatici, adattabili. Soprattutto adattabili, perché dovranno  cercare di dimostrare di essere funzionali

Funzionali al progetto del dirigente, alla sua idea di scuola. La salvezza è non avere troppe idee proprie, che fatalmente formano un diaframma, un punto di resistenza; non amare troppo la propria disciplina, o quanto meno non esagerarne la portata formativa: questo intacca la disponibilità a manometterla, a tagliuzzarla, a concepirla come puro ingrediente fungibile di un piano organizzativo. Siamo sempre reticenti a considerare ciò che amiamo come puro materiale, come pura funzione di altro. Come pura funzione dell'organizzazione.

Inoltre, in un quadro in cui ogni dirigente disegna la sua scuola, semmai in collaborazione con il famoso territorio, ma non con gli insegnanti, l'insegnante del futuro, espropriato di ogni certezza sulla rilevanza di ciò che sa, non sa nemmeno per che cosa si deve preparare. Se la prospettiva è di avere tante scuole diverse quanti sono i dirigenti, come fare a sapere che cosa sarà utile sapere? 



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COMMENTI
13/06/2015 - Sarò politicamente scorretto (Franco Labella)

Non è buona cosa far dire ad un autore quello che non ha scritto o ricostruirne i giudizi non espressi ma leggendo la precisa ricostruzione di Giuliana Zanello su quali siano le matrici culturali e i rischi della BS mi sono posto questa semplice domanda: ma cosa può aver spinto una collega (che non conosco e di cui posso solo leggere gli articoli sin qui pubblicati sul Sussidiario) che mi pare prudente nei giudizi a paventare rischi gravi di confusione professionale e camaleontismo dei futuri (e presenti) docenti scelti dal dirigente renziano? Ripeto, non conosco Zanello ma non mi pare possa essere inquadrata nella caricatura di Taddei e mi richiedo: cosa spinge una docente, a me pare dagli interventi equilibrati, a scrivere le cose che ha scritto? All'addetto stampa di Renzi (e l'editor non mi consente il grassetto se no lo userei): se magari gira l'articolo della Zanello forse Renzi la smetterà di fare ancora oggi sparate del tipo: "se voglio il ddl l'approvo domani... quindici giorni di discussione e poi le riforme si fanno". Rifletta Renzi, rifletta e legga, legga tanto, non solo i tweet....

 
13/06/2015 - Al gentile Taddei (Franco Labella)

Gentile Taddei, ignoro quale sia il suo lavoro ma se l'avessero assunta come medico e pretendessero di valutare la sua capacità di organizzare gli acquisti alimentari settimanali come la prenderebbe?Se lavora come tornitore e volessero valutare la sua capacità come idraulico? Se lavora come docente e volessero valutare non le sue doti di didatta ma la sua capacità di essere funzionale, come scrive Zanello, all'idea di scuola del dirigente, scriverebbe ancora quello che ha scritto? Rsvp

 
12/06/2015 - Scuola verticale e la didattica va KO (1/2) (Vincenzo Pascuzzi)

1) La citazione di Roger Abravanel “le competenze richieste oggi … non sono di tipo tecnico, specialistico o tecnologico, … sapere cosa fare e farlo ... essere in grado di risolvere problemi e di interagire con gli altri” sembra paradossale e contraddittoria oppure applicabile - forse - solo ad alcune posizioni gerarchiche e figure dirigenziali e nelle attività commerciali e di marketing. Non dimentichiamo che R.A., pur con c.v. prestigioso (v. McKinsey & Company), non ha nessuna esperienza diretta di scuola e di insegnamento, eppure pontifica con a) riferimento fideistico, dogmatico, mitico alla scuola-azienda di Milton Friedman; b) ai test Invalsi spacciati come oggettivi (mentre in USA sono sotto accusa e contestati); c) alle scuole sottoposte alle leggi del mercato e in concorrenza le une con le altre; d) al buono-scuola o voucher o costo standard (tenacemente richiesto dalle private cattoliche camuffate da pubbliche).

 
12/06/2015 - Scuola verticale e la didattica va KO (2/2) (Vincenzo Pascuzzi)

2) La riforma bastarda, la c.d. “buona scuola”, che si ispira (o copia) chiaramente a indicazioni confindustriali (scuola-azienda, preside-manager o simile, ….), opera una verticalizzazione strutturale della scuola. Gli aspetti organizzativi, burocratici, gerarchici prevalgono sulla didattica e sui suoi protagonisti e attuatori reali (docenti e discenti). Gli aspetti formali e d’immagine e la rappresentazione hanno la meglio sugli aspetti reali, sostanziali ed essenziali. Per questa azione di potere occorre creare complessità, inventarsi concorrenze e graduatorie, quantificare e rendere oggettivi (falsamente) qualità e altri aspetti essenzialmente soggettivi. Occorre fare continua propaganda, aggredire, deridere, sminuire chi non è d’accordo e contesta (è quello che sta avvenendo), inventarsi capri espiatori, colpevolizzare i docenti che “dal ’48 accampano tutte le scuse per non farsi giudicare”. La didattica – conviene sottolinearlo – è attività sostanzialmente paritaria, orizzontale, individuale, si esplica nel binomio docente-discente/i. Secondo Malala Yousafzai: “One child, one teacher, one book, one pen can change the world”. Non parla di preside, tanto meno di manager, non di valutazione, né di classifiche. È vero che è una situazione iniziale e semplicissima e che le cose cambiano con il numero di “teachers” e “children” coinvolti, ma non possiamo dimenticare e stravolgere la situazione d’inizio.

 
12/06/2015 - commento (francesco taddei)

i docenti italiani dal '48 accampano tutte le scuse del mondo per non farsi giudicare.