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SCUOLA/ Un prof: "tra Renzi e la Cgil, preferisco Gaber"

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Giorgio Gaber (1939-2003) (Immagine dal web)  Giorgio Gaber (1939-2003) (Immagine dal web)

Abbiamo le nostre idee, noi. Noi sappiamo come dovrebbe andare la scuola. Purtroppo però siamo malati della visione telescopica dei dannati di Dante: stranamente vediamo alla grande il futuro, ma ci sfugge il presente. Sulle riforme siamo campioni, sulle nostre classi balbettiamo. Ma «un'idea: modificarla, cambiarla, elaborarla, non ci vuole mica tanto. È cambiarsi davvero, cambiarsi di dentro che è un'altra cosa». Possiamo manifestare il nostro dissenso, ma una manifestazione in noi non cambia niente, perché di idee non si vive: «Ho voluto andare ad una manifestazione: i compagni, la lotta di classe, tante cose belle, che ho nella testa ma non ancora nella pelle. Un'idea, un concetto, un'idea, finché resta un'idea è soltanto un'astrazione: se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione».

Sul piano astratto, dopo ogni protesta riuscita, «tutto che sembrava pronto per fare la rivoluzione, ma era una tua immagine o soltanto una bella intenzione», scrive Gaber nei Reduci. La rivoluzione non sta infatti nelle immagini di come dovrebbe essere la scuola, né in un miglioramento delle condizioni esterne (non s'è mai visto, per esempio, che un'immissione in ruolo abbia trasformato un insegnante acido in un insegnante contento). La rivoluzione succede quando 80 maturandi ti raccontano che i loro insegnanti di italiano si sono ricordati intorno al 10-15 maggio che rimanevano da fare Pascoli, d'Annunzio, Pirandello, Svevo, Ungaretti, Montale, Calvino eccetera eccetera; allora si mettono a studiare per tre giorni insieme a qualche insegnante e alla fine ti dicono che non hanno mai studiato così tanto e così bene, perché finalmente, oltre a conoscere quegli autori, hanno conosciuto di più se stessi. 

Che impressione, in questi giorni, vedere i miei colleghi mentre bloccavano gli scrutini (o meglio, per usare la lingua italiana: mentre rinviavano gli scrutini). Vederli lavorare ai registri, vederli seri in sala docenti, scrupolosi; e poi, a un certo punto, eccoli cambiare espressione, cambiare, appunto, registro: e ripetere il solito discorso sindacale, suonare il disco rotto. Due personalità scollate: «da una parte l'uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo, perché ormai il volo si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo». Il solito lavoro quotidiano e l'illusione (retorica) di un mondo diverso. 

Ma l'ideologia sbanda sempre alla prova dei fatti. Giovedì ho lanciato su Facebook un sondaggio. Speravo che qualcuno riuscisse a spiegare a un insegnante che non arriva a comprendere i suoi colleghi che senso ha: 1. proclamare lo sciopero degli scrutini; 2. doversi fare 130 km per andare a mettere una firma su un verbale in cui c'è scritto che non abbiamo fatto lo scrutinio; 3. rinviare il medesimo scrutinio di due giorni, fissandolo per sabato sera alle 20. Ebbene sì, alle 20. Mi aspettavo che a presiederlo ci fosse Panariello (ma alle 21,30, quando abbiamo cominciato, non si è presentato). 



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COMMENTI
17/06/2015 - Articolo Capasa (sergio bianchini)

Bravo Prof. Capasa. Da vecchio preside non rituale le dico che mi sarebbe piaciuto avere molti insegnanti come lei. Purtroppo sono prevalsi i sindacales, i "lavoratori della conoscenza" ed i presidi "galleggianti". Su tutto un ministero di "invadenti assenti". Questa è la realtà in cui le persone vere devono continuare ad esistere e parlando con sincerità ammutolire e far arrossire le figure fasulle. Auguri, Sergio Bianchini

 
16/06/2015 - Maria e le prove Invalsi (Stefano De Stefano)

"Se non capisci un alunno non puoi capire una riforma", qual è la verifica di questa sua affermazione? Chi decide se io, docente, sono riuscito a capire i miei studenti? Esistono test, prove oggettive, raffinati strumenti di rilevazione psicologica e statistica in grado di rispondere? O, per caso, quella sua affermazione, riguarda un insieme di relazioni che soltanto in un processo temporale adeguato possono trovare qualche risposta? Forse a Lei è sfuggito che la scuola, negli ultimi 10/15 anni è stata sottoposta ad una micidiale sequenza di cambiamenti e ristrutturazioni ordinamentali che hanno colpito a fondo la capacità dei docenti di credere in quello che fanno. Sono danni profondi, di carattere psicologico culturale ed economico, che hanno incrinato la sicurezza che un docente dovrebbe avere nelle proprie capacità professionali e nelle proprie abilità al coinvolgimento culturale degli studenti stessi. Quella che Lei chiama la Riforma, del governo Renzi, non fa altro che concludere gli ultimi 10/15 anni: dopo aver fatto perdere ai docenti la stima di sé, li riduciamo a meri esecutori in una scuola nella quale il rapporto con gli studenti passa attraverso lim, tablet, aule digitali e quant'altro e un Dirigente, responsabile di tutto, veglierà sulla corretta applicazione dei "diversi" percorsi didattici. Questo è il futuro, caro prof. Capasa. Quanto a Gaber, lo lasci stare: anch'io penso che non avrebbe bloccato gli scrutini, ma perché si sarebbe rifiutato di mettere voti.

 
16/06/2015 - Una prova (Moeller Martin)

A dire il vero se uno deve fare una prova la deve fare e basta. Lei come professore dovrebbe tra le tante cose insegnare anche questo a non a cercare giustificazioni più o meno assurde. Perché devono fare la prova Invalsi? Perché il ministero, che guarda caso è anche il suo datore di lavoro, ha chiesto di farle. A cosa servono? Lo sapranno loro. Non è d'accordo? Si candidi, vinca le elezioni, ottenga la maggioranza in parlamento e le abolisca. In caso contrario e fino a quella data le faccia fare. Gli studenti/scolari si sono rifiutati di farle? Bocciati, ripeteranno l'anno e avranno modo di maturare.

RISPOSTA:

Non le sono chiare due cose: 1. io sono tra quei pochi insegnanti che avrebbe tanto voluto che i propri alunni facessero le prove Invalsi; 2. avere delle domande su quello che si fa non è assurdo; è semplicemente umano. Fare una cosa perché la si deve fare "e basta" è il passo prima del non farla più. VC