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SCUOLA/ Un prof: "tra Renzi e la Cgil, preferisco Gaber"

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Giorgio Gaber (1939-2003) (Immagine dal web)  Giorgio Gaber (1939-2003) (Immagine dal web)

Né su Facebook né dal vivo ho trovato risposte. A me è sembrato un giochino: nessun blocco degli scrutini; il sospetto del blocco dello sviluppo, in qualcuno. Ma magari sbaglierò io. Aiutatemi, vi prego: se sul pianeta Terra esiste un essere umano che non sia un insegnante e capisce la logica di questa protesta autoreferenziale, mi illumini. Davvero: perché di solito gli insegnanti, quando chiedi il motivo dei loro gesti, anziché risponderti, si sentono offesi, attaccati come categoria.

Ed è questo — ultimo passaggio — che più di tutto mi è dispiaciuto: vedere in queste settimane, sotto magari una pasta buona, sgretolarsi l'io di tanti. Ne ho visti troppi non appena in disaccordo con la riforma, non appena infuriati contro la riforma, ma minati nell'anima dalla riforma, dalla scuola, dalla stanchezza, da tante cose. Mi è parso che fosse sparito l'io, che non ci fosse alcuna risorsa capace di reggere l'urto dei fatti. Leggevo Ungaretti che «si sente riavere» in trincea, pensavo a mio padre che tornava cantando dal turno di notte all'Ilva, scoprivo in me «l'illogica allegria» di chi sa «del mondo e anche del resto» ma sta bene, e mi trovavo davanti insegnanti — anche onesti, anche bravi, anche cristiani — frustrati, depressi, sull'orlo di una crisi di nervi perché a scuola manca la spina tripla o la carta igienica. 

Non so, forse in fondo è una questione di potere: serve il consenso, se non del mondo, se non del governo, almeno del proprio ambiente. Serve farsi sentire: quando l'io si spappola, ci vogliono un po' di "mi piace" su Facebook o un po' di daccordismo tra colleghi. Ma l'io — l'io! — è il problema. A scuola il problema è umano, perciò la risposta non verrà mai dalla politica: un io angosciato dalla realtà che non va soffoca, solo un io capace di stare di fronte a tutta la realtà respira. Il desiderio «è l'unico motore che muove il mondo», e anche la scuola. «Amore, non ha senso incolpare qualcuno o calcare la mano su questo o quel difetto o su altre cose che non contano affatto. Amore, non ti prendo sul serio: quello che ci manca si chiama desiderio»

Riascoltate Il desiderio di Gaber, è una grande canzone di politica scolastica: il desiderio manca, il desiderio, quando succede, fa ricominciare. Sembra la cosa più impalpabile — più impalpabile di Maria — e invece è l'unico punto di svolta. Il punto di svolta che avviene nell'io e poi, chissà, magari cambia qualcosa fuori. Oppure fuori non cambia niente, ma che cosa mi toglie il fatto che Renzi non sappia, che il preside non sappia, che i colleghi non sappiano, quello che di grande è successo quest'anno nelle mie classi e in tanti incontri? La mia voglia di esserci, la mia malinconia di fine anno, quegli incontri promettenti e in sospeso, hanno già cambiato tutto, stanno già costruendo. 



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COMMENTI
17/06/2015 - Articolo Capasa (sergio bianchini)

Bravo Prof. Capasa. Da vecchio preside non rituale le dico che mi sarebbe piaciuto avere molti insegnanti come lei. Purtroppo sono prevalsi i sindacales, i "lavoratori della conoscenza" ed i presidi "galleggianti". Su tutto un ministero di "invadenti assenti". Questa è la realtà in cui le persone vere devono continuare ad esistere e parlando con sincerità ammutolire e far arrossire le figure fasulle. Auguri, Sergio Bianchini

 
16/06/2015 - Maria e le prove Invalsi (Stefano De Stefano)

"Se non capisci un alunno non puoi capire una riforma", qual è la verifica di questa sua affermazione? Chi decide se io, docente, sono riuscito a capire i miei studenti? Esistono test, prove oggettive, raffinati strumenti di rilevazione psicologica e statistica in grado di rispondere? O, per caso, quella sua affermazione, riguarda un insieme di relazioni che soltanto in un processo temporale adeguato possono trovare qualche risposta? Forse a Lei è sfuggito che la scuola, negli ultimi 10/15 anni è stata sottoposta ad una micidiale sequenza di cambiamenti e ristrutturazioni ordinamentali che hanno colpito a fondo la capacità dei docenti di credere in quello che fanno. Sono danni profondi, di carattere psicologico culturale ed economico, che hanno incrinato la sicurezza che un docente dovrebbe avere nelle proprie capacità professionali e nelle proprie abilità al coinvolgimento culturale degli studenti stessi. Quella che Lei chiama la Riforma, del governo Renzi, non fa altro che concludere gli ultimi 10/15 anni: dopo aver fatto perdere ai docenti la stima di sé, li riduciamo a meri esecutori in una scuola nella quale il rapporto con gli studenti passa attraverso lim, tablet, aule digitali e quant'altro e un Dirigente, responsabile di tutto, veglierà sulla corretta applicazione dei "diversi" percorsi didattici. Questo è il futuro, caro prof. Capasa. Quanto a Gaber, lo lasci stare: anch'io penso che non avrebbe bloccato gli scrutini, ma perché si sarebbe rifiutato di mettere voti.

 
16/06/2015 - Una prova (Moeller Martin)

A dire il vero se uno deve fare una prova la deve fare e basta. Lei come professore dovrebbe tra le tante cose insegnare anche questo a non a cercare giustificazioni più o meno assurde. Perché devono fare la prova Invalsi? Perché il ministero, che guarda caso è anche il suo datore di lavoro, ha chiesto di farle. A cosa servono? Lo sapranno loro. Non è d'accordo? Si candidi, vinca le elezioni, ottenga la maggioranza in parlamento e le abolisca. In caso contrario e fino a quella data le faccia fare. Gli studenti/scolari si sono rifiutati di farle? Bocciati, ripeteranno l'anno e avranno modo di maturare.

RISPOSTA:

Non le sono chiare due cose: 1. io sono tra quei pochi insegnanti che avrebbe tanto voluto che i propri alunni facessero le prove Invalsi; 2. avere delle domande su quello che si fa non è assurdo; è semplicemente umano. Fare una cosa perché la si deve fare "e basta" è il passo prima del non farla più. VC