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TEMI SVOLTI MATURITÀ 2015 / Italo Calvino e "Il sentiero dei nidi di ragno" (Tipologia A, analisi del testo) di Emmanuele Riu (Esami di Stato)

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Foto: InfoPhoto  Foto: InfoPhoto

Una tale dinamica e un tale struggimento interni a Pin sono sottolineati dal continuo ricomparire del suo nome: un riproporsi che sicuramente serve per esprimere il comune vociare del quartiere intorno al ragazzino ("è l'amico dei grandi Pin", "Pin ha due braccine smilze smilze ed è il più debole di tutti", "Pin non sa che raccontare storie d'uomini e di donne nei letti"), ma soprattutto serve per rendere palpabile la polarizzazione intorno al ragazzino sia dei vari commenti del quartiere che dei propri sentimenti, per darci l'idea di due occhi che, al limitare fra l'essere "del mondo esperti" e ancora bambini, osservano tutto e rapportano tutto a sé, in una ricerca affannosa e inconfessata del proprio io. E anche le altre reiterazioni, se da un lato ci offrono la sonorità di un parlare da ragazzini, dall'altro (con un medesimo fine di immedesimazione in Pin) ci danno l'idea di una ricerca instancabile, un po' asfittica, verso la conoscenza di sé, del mondo e del possibile collegamento fra i due: "…nel mondo dei grandidei grandi che pure gli voltano la schiena, dei grandi che pure sono distanti"; "…voglia d'andare con una banda di compagni, allora, compagni cui spiegare il posto dove fanno il nido i ragni".

L'immedesimazione si gioca anche a livello lessicale, con scelte che si avvicinano al parlato popolare e colloquiale ("Pin comincia a canzonarli per il carrugio", "…finché non si stancano e cominciano ascapaccionarlo"), così come accade anche a livello sintattico ("Si avrebbe voglia d'andare…", "cose che non si capiscono da indovinare"). Le enumerazioni poi permettono a Calvino di intensificare la riflessività, offrendoci una carrellata di immagini senza sonoro che vogliono veicolare una sensazione o un pensiero (si veda ad esempio la sequenza formata dalle varie scene dentro l'osteria) e che lo fanno emergere dai fatti raccontati.

È significativo, a questo proposito, come proprio la sequenza dell'osteria sia coronata da una frase alquanto sentenziosa, per accentuarne la riflessività: solo che in questo caso la frase va nel segno opposto rispetto all'atmosfera generale che le scene appena viste ci hanno consegnata. Forse non sarebbe esatto dire "all'opposto": finora abbiamo assistito alla situazione di un ragazzino che, escluso dai suoi coetanei, sembra accettare la cosa e rivolgersi al mondo dei grandi al quale la vita lo ha già in qualche modo introdotto, in bilico fra una sensazione malinconica ("Pin si trova solo a girare nei vicoli", "Ma i ragazzi non vogliono bene a Pin", "Le madri hanno ragione", "i grandi che pure gli voltano la schiena") e una reazione scanzonata e quasi tranquilla alla situazione ("Pin comincia a canzonarli", "[i grandi] sono più facili da prendere in giro", fino alla citata scena dell'osteria). Ora, con quella frase finale, "per smaltire la nebbia di solitudine che gli si condensa nel petto le sere come quella", Calvino ci fa sprofondare nella malinconia, svelandoci d'improvviso, dopo un accumulo di immagini che ha alimentato in noi una sensazione di ironia e furbizia quasi invidiabile, una profonda verità: tutta la leggerezza di cui possiamo armarci contro la realtà, quella realtà che spesso scopriamo ottusa e vuota, tutta l'ironia che può venire da una superiore consapevolezza (perché, paradossalmente, Pin è superiore agli adulti) della fragilità di coloro che ci stanno intorno, non possono impedire che emerga, nel nostro intimo, una "nebbia di solitudine", condensatasi spesso proprio a motivo dei nostri tentativi di distrarci. È una nebbia provvidenziale, che ci dice che tutto, anche la realtà più squallida, fa nascere in noi un grido per un di più di cui abbiamo un estremo bisogno. Tutti noi siamo un po' Pin, come lo era Calvino.

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