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UNIVERSITA'/ "E tu, per che cosa stai spendendo questi anni?"

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Né si hanno molte occasioni per incontrare punti di vista sufficientemente profondi e liberi da logiche funzionalistiche o meccanicistiche, quelle per cui vale il refrain "studio perché così poi potrò ambire a certi posti di lavoro nel mercato globale". Questo è addirittura evidente quando si chiede "ma tu cosa vorresti fare veramentePer cosa stai spendendo questi anni?"

Possiamo permettere che intere generazioni di studenti non abbiano coscienza della natura del luogo in cui stanno spendendo i loro anni più importanti e per cosa li stiano spendendo? Abbiamo il diritto di decidere noi, più vecchi, per loro? E chi alla fine trarrà il profitto da un mondo di zombie ben pagati, alieni a sé stessi e a ciò che più profondamente si mostra umano e quindi ben controllabili?  

Di fronte allo spettacolo di efficiente processo produttivo di eccellente materiale umano quale si dimostra l'università moderna, è sempre più urgente il momento che qualcosa cambi. Forse sperare che gran parte dei professori cambi mentalità è un'aspettativa che troppo facilmente potrà andare disattesa: troppi interessi, troppe ramificate relazioni ed equilibri frenano eventuali uscite dal coro. La riscossa perciò dovrebbe partire dal basso. Verrebbe da dire "studenti di tutto il mondo: unitevi!". Unitevi non per distruggere, come già avvenuto dal '68, nonostante le grandi aspettative, e poi soprattutto negli anni 70, ma per difendere ciò che di più prezioso avete: voi stessi. 

Charles Péguy diceva che "non basta essere nati per vivere". Si può essere indifferenti a una sfida così? E' una sfida cruciale, è forse la sfida più enorme degli anni che viviamo: che un giovane studente occidentale mediamente benestante e istruito prenda coscienza di sé, del suo infinito bisogno, che nessuna carriera potrà mai soddisfare, e cerchi con decisione e passione luoghi, persone, testi, occasioni di crescita umana, mentre si arricchisce di competenze tecniche.

Verrebbe da dire a ogni studente che, paradossalmente, mettere a nudo la propria debolezza, il proprio limite, il proprio bisogno, potrebbe essere lo spunto giusto per la ricerca dell'incontro con chi sfida la quotidianità, con chi costringe a uscire da facili e meccaniche posizioni di rendita, con chi non si accontenta di fare il proprio compitino, quand'anche riempia temporalmente gran parte delle giornate. Se infatti la responsabilità dell'offerta è dei professori, quella del rischio e della critica dovrebbe essere degli studenti. Ma per fare questo ci vuole coraggio, coraggio che le giovani generazioni spesso non hanno o non dimostrano. Al silenzioso grido di spaesamento di molti fra gli studenti dovrebbe forse corrispondere la visione reale e concreta di una possibilità nuova: che chi è dall'altra parte della cattedra faccia la fatica con i propri colleghi di vivere il rischio di una domanda reale sul senso, il valore e il futuro dell'università e di chi la frequenta. Da persone che condividono pubblicamente una passione per il luogo ricco di storia e tesori che è l'università potrebbe nascere qualcosa di veramente nuovo, non previsto dal "sistema", e ricco di fascino anche per il più fragile e timido fra gli studenti.



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