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SCUOLA/ Riforma Renzi, se togli le assunzioni cosa resta?

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Crescono anche in modo incontrollato le prerogative dei dirigenti scolastici, senza alcuna previsione formativa corrispondente; con tutta la fallimentare debolezza di una concezione della gestione del servizio pubblico che non contempla un esame preventivo dell'esistente e opportune misure correttive, ma solo una valutazione punitiva ex-post

Durante il passaggio alla Camera il provvedimento ha subito aggiustamenti ambigui, quasi tutti al ribasso, e ulteriori riduzioni. 

Il dirigente non sarà più solo a decidere sul bonus annuale perché dovrà utilizzare i criteri definiti dal comitato di valutazione; però, il comitato viene ridimensionato rispetto alla composizione attuale: a valutare l'operato dei docenti, sia ai fini del bonus che per l'anno di prova, vengono chiamati i genitori e, alle superiori, anche gli studenti; introdurre in questo modo la customer satisfaction nel sistema di valutazione di competenze e capacità professionali dei docenti — unica tra i vari settori professionali — è una scelta chiaramente demagogico-utilitaristica. 

L'autonomia scolastica esce ridimensionata rispetto alle proposte fatte nel documento iniziale della Buona Scuola: la gestione delle scuole si va stabilizzando su un'autonomia attuativa più ampia (reti di scuole), ma è sottoposta a maggiore centralismo in termini di scelte di indirizzo; la formazione obbligatoria dei docenti viene definita a livello ministeriale e attuata obbligatoriamente secondo le scelte delle scuole (o loro reti); si passa da una visione delle prerogative del dirigente scolastico eccessivamente verticistica ad una sostanziale riduzione delle sue competenze, vincolate a prassi decisionali basate su organismi ormai obsoleti.

Il primo progetto di legge prevedeva sgravi fiscali per le spese sostenute dalle famiglie nell'educazione dei figli all'interno del sistema nazionale di istruzione; spese che, per la definizione stessa di sistema nazionale, coinvolgono tanto le famiglie con figli nelle scuole statali quanto quelle che si rivolgono alle scuole paritarie. L'importo massimo di 4mila euro indicato inizialmente per il calcolo della detrazione era già stato ridotto a 400 euro nel ddl e così mantenuto dalla Camera. Se è vero che passa finalmente il principio che la spesa per l'istruzione è anche un investimento delle famiglie per il futuro del Paese, la sostanza (circa 76 euro annui) è poco più che simbolica.

Cancellato dalla Camera l'articolo che prevedeva la possibilità di devolvere il 5 per mille delle imposte alle scuole come contributo al loro funzionamento.

Sparite completamente le deleghe per la riforma degli organi collegiali e della governance delle scuole; dispersa la delega per l'ampliamento delle competenze gestionali, organizzative ed amministrative delle scuole. Nell'insieme, un ulteriore affievolimento dell'autonomia.

Dopo qualche tentativo (fortunatamente fallito) di ridurre ulteriormente la libertà d'insegnamento e l'autonomia delle scelte metodologico-didattiche dei docenti, al Senato è comparso il maxiemendamento, poi approvato con voto di fiducia giovedì scorso; motivazione: rientrare nei tempi per le immissioni in ruolo dei precari a settembre prossimo. 



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COMMENTI
29/06/2015 - Scuola senza futuro? (Vincenzo Pascuzzi)

Trovo sorprendente e inquietante usare il retro-confronto con ministri e politiche peggiori per cercare di attenuare le responsabilità di Renzi! C’è chi quasi quasi rimpiange i tempi di Gelmini ministro. E come dargli torto? Almeno allora scuola e docenti facevano riferimento in partiti e sindacati “amici”, potevano sperare in un futuro cambio di governo. Ora no.

 
29/06/2015 - SCUOLA (delfini paolo)

Mai stato renziano, mai stato del pd, però i precedenti ministri della Pubblica istruzione (Moratti e Gelmini in primis) cos'hanno lasciato se non drastici tagli con conseguenze negative soprattutto per gli alunni?

 
29/06/2015 - Gufi e difetti di fabbrica (Vincenzo Pascuzzi)

Al debutto del governo, Renzi aveva detto: “La scuola è la priorità, poi riforme economiche e giustizia” (24 febbraio 2014). Poi al varo della c.d. Buona Scuola aveva sentenziato: “non calo riforma dall'alto” e “Perché per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero” (3 settembre 2014). Sappiamo che, dopo scioperi e proteste MAI viste, la riforma è finita (?) blindata con voto di fiducia su maxiemendamento e deleghe in bianco. Adesso non appena sorgeranno intoppi e difetti di fabbrica, aspettiamoci la chiamata in causa - come sabotatori, gufi, capri espiatori, iettatori - di sindacati, sinistra interna ed esterna, docenti e precari, i soliti che non hanno letto il ddl o non l’hanno capito!

 
29/06/2015 - E prima? (ROBERTO PELLEGATTA)

Certo che se penso alle "rivoluzioni" che dovevano avviare i governi precedenti... 100.000 (se avverrannno davvero a settembre...) chi le ha mai fatte?