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SCUOLA/ Riforma Renzi, se togli le assunzioni cosa resta?

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Matteo Renzi (Infophoto)  Matteo Renzi (Infophoto)

Alla fine la montagna ha partorito il più classico dei topolini; e nemmeno tanto in salute. Del grande disegno riformatore, annunciato con tanta enfasi a settembre scorso nelle oltre 130 pagine della Buona Scuola, resta ormai ben poco nel maxiemendamento approvato giovedì scorso al Senato; e di quel che resta quasi nulla piace alla scuola. Un'altra occasione mancata. 

Il fatto è che la riforma nasce con un vizio di fondo: al primo posto vengono messe le assunzioni dei docenti e non un'idea, un principio su cui poggiare educazione e istruzione. Forse non è un caso che il documento anticipi di pochi giorni la pronuncia della Corte di Giustizia dell'Unione Europea sull'abuso da parte dell'Italia nella reiterazione di contratti a termine oltre i 36 mesi, che costringerà il Governo a stabilizzare decine di migliaia di precari. La riforma viene costruita attorno al piano straordinario di assunzioni pensato per rispondere a questa emergenza, con tutto il complesso sistema che ne consegue per stabilizzare il personale neoassunto e cercare di impedire che la storia si ripeta. In tutti questi mesi il piano di assunzioni straordinarie e le disposizioni ad esso connesse hanno continuato a fare da colonna portante nei vari passaggi legislativi fino ad oggi, mentre il resto è stato progressivamente minimizzato o demolito. Per rendersi conto di questo basta una rapida ricognizione delle troppe "promesse mancate".

Dopo mesi di consultazione, forti contestazioni (non solo dal mondo della scuola) e alcuni tentativi non riusciti di costruire una legge di riforma organica, il 12 marzo scorso il Consiglio dei ministri approva un disegno di legge delega: una prima sensibile riduzione del disegno originario. Ben quattordici le deleghe, tra le quali revisione degli organi collegiali, formazione iniziale e reclutamento dei docenti, semplificazione legislativa, nuova governance delle scuole, introduzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino ai sei anni. Ma intanto il disegno originale della Buona Scuola comincia a perdere pezzi importanti e a prendere derive discutibili. 

Sparisce l'ipotesi di una progressione economica in base alla valutazione delle competenze professionali e restano gli scatti di anzianità. Il complesso — e molto discutibile — sistema di carriera dei docenti basato sul merito presentato nella Buona Scuola viene sostituito da un bonus annuale; una sorta di "gratifica" di piccole dimensioni (200 milioni), da distribuire tra un ristretto numero di docenti in base al giudizio del dirigente scolastico; con un approccio totalmente approssimativo, che non rende certo ragione di cosa voglia dire carriera per un insegnante. 

Calano da 150mila a poco più di 100mila le immissioni in ruolo previste, a causa della impossibilità a rientrare nei parametri di spesa stabiliti dalla legge di stabilità; salta quindi l'ipotesi iniziale di chiudere tutte le graduatorie a esaurimento. 

Aumenta senza alcun criterio la "bulimia disciplinare" già presente nelle proposte della Buona Scuola; le nuove alfabetizzazioni e gli incrementi di orario proposti spingono a gonfiare in modo incontrollabile i piani dell'offerta formativa delle scuole. 



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COMMENTI
29/06/2015 - Scuola senza futuro? (Vincenzo Pascuzzi)

Trovo sorprendente e inquietante usare il retro-confronto con ministri e politiche peggiori per cercare di attenuare le responsabilità di Renzi! C’è chi quasi quasi rimpiange i tempi di Gelmini ministro. E come dargli torto? Almeno allora scuola e docenti facevano riferimento in partiti e sindacati “amici”, potevano sperare in un futuro cambio di governo. Ora no.

 
29/06/2015 - SCUOLA (delfini paolo)

Mai stato renziano, mai stato del pd, però i precedenti ministri della Pubblica istruzione (Moratti e Gelmini in primis) cos'hanno lasciato se non drastici tagli con conseguenze negative soprattutto per gli alunni?

 
29/06/2015 - Gufi e difetti di fabbrica (Vincenzo Pascuzzi)

Al debutto del governo, Renzi aveva detto: “La scuola è la priorità, poi riforme economiche e giustizia” (24 febbraio 2014). Poi al varo della c.d. Buona Scuola aveva sentenziato: “non calo riforma dall'alto” e “Perché per fare la Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero” (3 settembre 2014). Sappiamo che, dopo scioperi e proteste MAI viste, la riforma è finita (?) blindata con voto di fiducia su maxiemendamento e deleghe in bianco. Adesso non appena sorgeranno intoppi e difetti di fabbrica, aspettiamoci la chiamata in causa - come sabotatori, gufi, capri espiatori, iettatori - di sindacati, sinistra interna ed esterna, docenti e precari, i soliti che non hanno letto il ddl o non l’hanno capito!

 
29/06/2015 - E prima? (ROBERTO PELLEGATTA)

Certo che se penso alle "rivoluzioni" che dovevano avviare i governi precedenti... 100.000 (se avverrannno davvero a settembre...) chi le ha mai fatte?