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SCUOLA/ In IV e V liceo: "prof, che cosa significa votare?"

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Ancora una volta il dialogo si è spostato sulla realtà, sui suoi bisogni, su quello che ciascuno sapeva riconoscere come più urgente per la nostra Liguria. Il dibattito si è allora infiammato, gli interventi si sono moltiplicati e — in mezz'oretta — sono comparse sulla lavagna le istanze dei ragazzi. Ma la cosa non è finita lì e la sfida si è fatta ancora più interessante: in una società il mio bisogno deve convivere col tuo e deve essere compatibile con quello degli altri. Quanto costa, allora, fare le cose che avete detto? Da dove prendiamo i soldi? Il qualunquismo con cui normalmente gli adulti guardano alla politica si è sciolto come neve al sole negli occhi di questi ragazzi per cui "governare" è diventato — tutto ad un tratto — una cosa seria. 

Abbiamo così confrontato costi, spese, entrate e abbiamo raggiunto un accordo su tre proposte. "Perché non le scriviamo?" dicono dall'ultimo banco. "E perché non le mettiamo su internet?" fanno eco dalla prima fila. E così, classe dopo classe, ora dopo ora, i ragazzi stendono un volantino. Lo compongono loro, lo correggono, lo limano e poi via su internet. Il lavoro sembra fatto, ma uno ad un certo punti mi parla di un lutto recente, del fatto che "nessun politico può riportare indietro una persona dai morti". "La politica non salva la vita" chiosa una compagna. E allora tutti di nuovo a riscrivere, a ripostare, a dire con chiarezza che quello che a loro interessa non è un partito o un'idea, ma la possibilità che si cela dietro la realtà.

Il giorno dopo alcuni candidati alla Regione mettono "mi piace" al volantino: è fresco, semplice, forse ingenuo, ma è tutto loro. Ed è questa la novità: i giornali locali se ne accorgono e ci telefonano: "Che cosa succede in quella scuola?". C'è un momento — dice Montale — in cui il mondo sembra cedere e accorgersi di qualcos'altro, del fatto che in una regione in cui l'astensione ha toccato il 50 per cento qualcuno si è mosso non per fare politica, ma per prendere sul serio sé, per non sprecare un'occasione semplicissima di dire "Io". Eppure a farlo sono stati proprio i ragazzi, quelli "in crisi", quelli su cui nessuno scommette un centesimo e che non guardano mai oltre se stessi. Forse tutto questo non è vero. Forse abbiamo solo bisogno di riprendere fiducia, noi adulti, nei confronti della realtà e del loro cuore. E avere così l'ardito, ma nobile coraggio, di assecondarli, di seguirli. Senza inventare nulla, senza tirarli fuori dalla vita con "gesti ripetuti e fittizi", illudendoci magari di essere noi ad educarli. Senza capire, invece, che chi fa crescere è sempre un Altro. 



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