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SCUOLA/ L'offensiva del centralismo svuota la riforma Renzi

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Matteo Renzi, sullo sfondo Davide Faraone (Infophoto)  Matteo Renzi, sullo sfondo Davide Faraone (Infophoto)

Ma il vero vulnus di tutta la proposta di riforma renziana resta la procedura prevista per l'immissione in ruolo dei docenti della Buona Scuola. Non è affatto chiara e rischia di penalizzare ancora una volta i più giovani e creare ulteriore precariato. Non è chiaro, infatti, quale sarà la sorte degli abilitati e quale sarà l'effetto di prevedere tre anni di contratto di apprendistato, per poi conseguire un diploma di specializzazione nel corso del primo anno, che presumibilmente dovrà sostituire l'abilitazione. Insomma: non solo manca la necessaria trasparenza per l'attuale piano assunzionale, ma anche sulle nuove modalità di immissione in ruolo. È evidente che oltre alle mediazioni, la norma sconta anche quella originaria premessa di voler stabilizzare tutti i precari. In tal modo, si rischia di depotenziare molto la procedura concorsuale del prossimo anno attraverso la riserva di posti: non potendo assumere tutti i precari, compreso quelli iscritti nelle graduatorie cosiddette di seconda fascia, si introducono ulteriori riserve di posti riducendo di fatto i posti dei prossimi concorsi con buona pace del merito e della qualità.

Un altro aspetto che non è stato per nulla valutato è la valorizzazione dei docenti attraverso il riconoscimento di uno specifico status giuridico.

Costruzione di carriera e premialità in base al merito attraverso la valutazione: questa sarebbe stata la strada da seguire per valorizzare i docenti. Non la dazione statale prevista dal ddl, con una card per gli insegnanti (anche per spettacoli teatrali e cinematografici – sic!) e 200 milioni aggiuntivi per il merito (mance assegnate dai dirigenti ai docenti, non si sa bene per cosa…). 

Non si può poi tacere l'accanimento contro le scuole paritarie. La norma che prevede la detrazione delle spese sostenute per la frequenza di scuole paritarie, con un tetto massimo di 400 euro all'anno, che corrisponderebbero a poco meno di 80 euro a famiglia, è stata osteggiata fin dal primo momento con motivazioni di carattere squisitamente ideologico, e sembra destinata a sparire dal ddl o quanto meno ad essere ridimensionata escludendo dall'ambito di applicazione della norma le scuole secondarie superiori. In tal caso, ci sarebbe in ogni caso poco da gioire; sarebbe l'ulteriore conferma che si tratta di pura ideologia legata alla credenza che le scuole paritarie secondarie di secondo grado siano sostanzialmente dei diplomifici.

Fa eccezione nella valutazione del provvedimento di legge il rafforzamento dell'alternanza scuola-lavoro negli istituti tecnici, professionali e nei licei, che consolida il raccordo con il mondo del lavoro, tanto più opportuno ora che la disoccupazione giovanile raggiunge percentuali da capogiro. Non appare tuttavia una scelta lungimirante lasciare fuori dal progetto di riforma l'Istruzione e Formazione Professionale, che viene solo marginalmente citata ed a cui non vengono destinate risorse aggiuntive. 



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