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SCUOLA/ L'offensiva del centralismo svuota la riforma Renzi

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Matteo Renzi, sullo sfondo Davide Faraone (Infophoto)  Matteo Renzi, sullo sfondo Davide Faraone (Infophoto)

Con il procedere del dibattito parlamentare, risulta sempre più affievolito l'afflato riformista del disegno di legge in materia di istruzione. Dalla mole di emendamenti presentati al Senato, molti anche da parte delle forze di maggioranza e dal Pd, è chiaro che il testo subirà ulteriori modifiche, che hanno tutti i presupposti per essere peggiorative.

Il testo di legge originario già presentava diverse occasioni perse, ma l'articolato così come è arrivato in discussione al Senato rappresenta già un notevole passo indietro rispetto ai proclamati obiettivi del presidente del Consiglio. Parole quali merito, carriera, valutazione, premialità, apertura al territorio e raccordo con le imprese che avevamo condiviso all'indomani del dibattito sulla Buona Scuola sembrano destinate a scomparire o, nella migliore delle ipotesi, ad uscirne indebolite, messe sotto tutela, snaturate dalla rivincita della cultura della partecipazione e della dimensione centralistica, frutto dei continui compromessi al ribasso raggiunti più al Nazareno che nelle Aule parlamentari di Montecitorio. 

Un primo e fondamentale punto di debolezza è il mancato sviluppo dell'autonomia scolastica, il primo grande assente della riforma Renzi. Non solo con riferimento al ruolo del dirigente, fortemente ridimensionato, ma anche relativamente alla mancata introduzione dell'autonomia statutaria che avrebbe riconosciuto alle scuole la potestà di definire le proprie regole di funzionamento, le migliori modalità organizzative, nei limiti dei principi generali fissati dalla legge e controbilanciate da una valutazione dei risultati raggiunti.

Il ruolo del dirigente scolastico, ad esempio, nel testo trasmesso al Senato risulta ridimensionato e commissariato dal comitato che dovrà affiancarlo nella selezione del personale dagli albi territoriali e nella successiva valutazione per la premialità. Insomma, il dirigente uscito dai lavori della Commissione Cultura della Camera rimane una figura estremamente fragile, che rischia di essere ulteriormente indebolita se dovessero essere approvati alcuni degli emendamenti presentati al Senato che arrivano ad ipotizzare l'eliminazione degli albi territoriali e della rappresentanza di genitori e studenti nell'istituendo comitato di valutazione. Al contrario, le proposte emendative dovrebbero rafforzare l'accountability delle scuole o reti di scuole tanto sul versante della chiamata diretta dei docenti idonei a realizzare i Pof degli istituti e delle reti, quanto sulla misurazione della qualità e dell'innovazione prodotte con le scelte effettuate di tipo didattico ordinamentale e/o di tipo strategico. Stretto da un lato dal corporativismo sindacale e dall'altro dall'autoreferenzialità ministeriale, il dirigente scolastico della "Buona Scuola" rischia di vedersi riconosciuti ancora meno degli attuali poteri, soprattutto se con un colpo di spugna il Senato dovesse cancellare le timide aperture previste finora.  

Se così fosse, si avrebbe la Nuova Scuola costruita su un riferimento anacronistico (la legge 59/1997 e il DPR 275/1999), superato ormai dai fatti, oltreché dal diverso assetto delle competenze dovuto alla riforma costituzionale del 2001 e da un modello (centralistico-burocratico) già archiviato da molte Regioni come la Regione Lombardia che da anni promuove governance territoriali di rete, aperte ai soggetti pubblici e privati della ricerca, della produzione e dell'economia realizzando una vera sussidiarietà orizzontale.



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