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SCUOLA/ "Sei laureato? C'è un posto al call center, prendere o lasciare"

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Nella seconda metà del decennio il numero dei laureati è progressivamente diminuito, fino a stabilizzarsi intorno alle 210mila unità (pur sempre circa il 40% in più rispetto agli ultimi anni del decennio precedente); il numero è destinato ad abbassarsi nel prossimo futuro, per effetto del recente calo delle immatricolazioni, su cui ha ovviamente inciso, dalla crisi del 2008 in poi, anche la diminuita capacità delle famiglie di sostenere oneri di studio e di mantenimento. E già si comincia a chiedersi se in un futuro non lontano i laureati in ingresso sul mercato del lavoro non cominceranno a scarseggiare.

Il divario con gli altri paesi industrializzati è stato effettivamente ridotto: in un contesto di sostanziale stabilità demografica, grazie all'apporto della componente migratoria che ha compensato il calo degli italiani, la popolazione con almeno 15 anni di età in possesso di un titolo universitario è passata in dieci anni da poco più di 4 milioni di persone a quasi 6,3 milioni (circa 210mila in più all'anno), passando dall'8,5 al 12,1% del totale. A fronte di questo aumento, i laureati presenti sul mercato del lavoro sono cresciuti al ritmo di più di 100mila l'anno, passando da 2,9 a 3,9 milioni e dal 14,5 al 20,7% del totale; nello stesso decennio, i laureati occupati sono saliti da 3,1 a quasi 4,3 milioni (+120mila all'anno), e dal 14 al 19,4% degli occupati. Sono ovviamente cresciuti anche i laureati disoccupati, ma il relativo tasso di disoccupazione, salito dal 5,8 al 7,9%, è aumentato soli 2,1 punti, mentre per l'insieme delle forze di lavoro l'aumento è stato di oltre 5 punti, dall'8,8 al 13,9%.

Due quindi le considerazioni che questi dati suggeriscono: innanzitutto che il sistema economico ha assorbito quasi interamente l'offerta aggiuntiva di popolazione laureata, e in secondo luogo, che questa è stata penalizzata dalla crisi in misura inferiore rispetto alle altre componenti dell'offerta di lavoro. Conseguire una laurea quindi ancora "paga", quanto meno in termini di possibilità di accesso al mondo del lavoro.

Mi chiedo però, a questo punto, quale sia la qualità di questi laureati: non che quelli pre-riforma brillassero tutti, anzi, ma è opinione diffusa che la riforma abbia contribuito ad abbassare il livello qualitativo medio dei laureati. I corsi triennali infatti sono molto diversi nell'impostazione non solo dai precedenti corsi quadriennali, ma anche dai corsi di diploma universitario triennale esistenti prima della riforma: corsi molto professionalizzanti, spesso concordati a livello locale con le rappresentanze di imprese e mondo del lavoro, e capaci di offrire sbocchi lavorativi pressoché immediati. Corsi poco applicativi, dunque, e conclusi da una tesi di laurea ridotta a poco più di un compitino scritto, spesso sintesi di testi trovati su internet, che per lo più non richiede se non uno scarso impegno personale.

Non meraviglia che le imprese, come molte ricerche hanno documentato, considerino i laureati triennali come poco più che diplomati, e ritengano di retribuirli più o meno allo stesso modo, anche a prescindere dai favorevoli rapporti di forza tra domanda e offerta che oggi vi sono. E del resto questa generazione di laureati, che pure è in larga misura occupata, svolge in effetti un "lavoro da diplomati", per cui basta la preparazione offerta da un istituto medio superiore appena decente. 



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