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SCUOLA/ "Sei laureato? C'è un posto al call center, prendere o lasciare"

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E allora, perché pagarli di più? Tutto ciò non toglie, fortunatamente, che una quota di laureati italiani, per lo più di laurea lunga, possa essere considerata di eccellenza assoluta, non certo in base al numero di "110 e lode" prodigalmente e non uniformemente assegnati, ma per la loro effettiva qualificazione, per cui le maggiori imprese se li disputano, o che preferiscono trovare un impiego all'estero, "esportando" i vantaggi del costo della loro formazione sopportato dalla collettività nazionale.

Ma la domanda da porsi è un'altra: nello scorso decennio esisteva in Italia, con la sua struttura economica, per settori e tipo di imprese presenti, un milione e 200mila posti di lavoro "da laureato"? O non ci si è piuttosto illusi che l'offerta stimolasse la domanda e creasse magicamente dei posti che non esistevano? Se le cose stavano così, e i dati paiono confermarlo, la svalutazione del titolo di studio, la quasi equiparazione retributiva tra laureati e diplomati, la demotivazione a investire in formazione, sono una conseguenza quasi inevitabile, che ha creato un pesante divario tra le aspettative connesse al raggiungimento del "pezzo di carta", con i sacrifici personali e familiari che lo hanno reso possibile, e le concrete opportunità di lavoro che il sistema economico era in grado di offrire. Detta brutalmente: "Sarai pure laureato, ma quello che c'è è un posto al call center; prendere o lasciare".

Un'impostazione, quella della riforma dell'ordinamento, che ha avuto, almeno in apparenza, il compito di colmare le lacune della scuola media superiore, demandando la funzione propria dell'università, vale a dire selezionare e formare la classe dirigente di un paese, alla possibilità — questa sì molto classista — di frequentare atenei privati (dove in media la durata degli studi è inferiore di un anno a quella degli atenei pubblici) o corsi di studio post-laurea, magari all'estero; e non è riuscita a dare un impulso alla mobilità sociale, spacciando come "diritto" l'iscrizione in massa all'università (lo fanno oltre due terzi dei diplomati), tanto, per i lavori di livello inferiore, ci sono gli stranieri.

Lo scadimento del "prodotto" delle università non è però imputabile solo alla riforma, o alla carenza di risorse economiche, di spazi adeguati, di tecnologie, ma va cercato prima di tutto nella qualità del personale docente. Chi è in cattedra oggi? Un docente che nel 2005 aveva 50 anni, quindi al meglio del proprio percorso professionale, si è laureato più o meno nel 1980 e ha studiato negli anni 70. Ma ce la ricordiamo — lo dico a chi ha una certa età — com'era l'università in quegli anni, pervasa da spinte utopistico-rivoluzionarie, impregnata di un assurdo egualitarismo, che trovava la sua massima espressione nel "voto minimo garantito", l'università dei "trenta, trenta!" (come cantava Gaber), nella quale anche i migliori docenti soccombevano alle intimidazioni, non avendo, né dovendo avere, la tempra degli eroi o dei martiri? 



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