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SCUOLA/ "Sei laureato? C'è un posto al call center, prendere o lasciare"

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Senza voler fare di ogni erba un fascio, riflettiamo sul fatto che molti laureati di quella stagione sono finiti in cattedra, nelle scuole e nelle università. E qualcuno si meraviglia dello scadimento, in questo paese, della classe dirigente nelle imprese e nella politica, per non parlare della scuola e delle altre istituzioni pubbliche?

A questa eredità si è aggiunta, aggravata dalla riforma, l'autoreferenzialità del mondo accademico, che ha portato alla moltiplicazione e alla parcellizzazione dei corsi, alcuni con un numero di studenti che si potevano contare sulle dita di una sola mano, all'aumento delle facoltà (e dei relativi presidi), alla frammentazione delle sedi territoriali distaccate e decentrate, che ha certamente avvicinato l'università al territorio, ma che altrettanto certamente non ha portato in queste sedi i docenti migliori. Insomma, è come aver deciso di far scegliere il percorso degli autobus agli autisti, e dopo non ci può certo meravigliare se tutti hanno scelto un percorso che, guarda caso, li porta direttamente a passare davanti al portone di casa. Per il quieto vivere, si è spesso accettata la subalternità degli utenti rispetti ai produttori del servizio!

Certo, i laureati sono pagati poco oggi, in Italia, ma è forse inevitabile che sia così, finché la scuola media superiore non ritroverà dignità, e il livello qualitativo dei laureati non si alzerà. Forse basterebbe, per l'università, avere il coraggio di alzare le tasse universitarie, che pur tra molte difficoltà, ha avuto Tony Blair con la riforma del 2006: non per "fare cassa" ma con una "operazione a somma zero",  che destinasse ogni euro di entrate in più a borse di studio; allora forse anche la mobilità sociale potrebbe essere una possibilità, e non una illusoria promessa.

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