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SCUOLA/ Autovalutazione e dati Invalsi, un assist alla "buona scuola"

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Del resto anche il fronte del cheating (copiature) non marca bene. Si copia, sempre negli stessi territori, anche nel campione (e gli "osservatori" dove guardano?), si copia anche quando le prove vengono collocate nei diversi fascicoli in ordine diverso, il che fa ipotizzare ai competenti più un teacher cheating che uno student cheating.

Si discute tanto della valutazione dei dirigenti. E se si facessero, una volta tanto in Italia, le cose semplici e serie e si volesse considerare fra i criteri di valutazione il livello del cheating di una scuola? Si tratta di cosa su cui un dirigente bennato può sicuramente influire, diversamente che su altre. E certo, anche prima che le prove siano rese obbligatorie, come da più parti è stato nel dibattito auspicato.

La cosa più interessante sembra però l'utilizzo di questi dati, finora rimasti clandestini nella maggior parte delle scuole italiane. La norma relativa del Servizio nazionale di valutazione prevede che in questo stesso mese di luglio le scuole italiane tutte mettano in rete il loro Rapporto di autovalutazione (Rav) e che ad esso segua il Piano di miglioramento. Nel Rav una parte (piccola) dev'essere dedicata ad un'analisi dei risultati nell'anno precedente delle prove Invalsi ed il Piano di miglioramento deve vedere come obiettivi il miglioramento degli esiti che consistono in promozioni/ bocciature/ abbandoni, risultati scolastici e di occupazione dopo il termine del proprio segmento scolastico ed infine, last but not least, nei risultati delle prove Invalsi. Troppo poco? Probabilmente sì, ma sempre meglio della semiclandestinità di 7 anni e, se si è in buona fede e si sa lavorare, un decente inizio in un contesto così difficile come quello italiano. 

La dirigente del Miur Carmela Palumbo, competente per la valutazione, ha ricordato che attraverso questa strada i risultati delle prove Invalsi lasciano la loro solitudine e si inseriscono in un contesto istituzionale diventando obbligatoriamente oggetto di analisi per il miglioramento ed anche — si potrebbe aggiungere — di pubblicizzazione nei confronti di famiglie e società.

Molto dipende anche dalla serietà con cui verrà gestita tutta l'operazione e con cui verranno seguiti i lavori delle scuole. Molto dipenderà anche dalla qualità dell'intervento sul 10% delle scuole — di cui una parte molto opportunamente scelta in maniera del tutto casuale — che dovrebbe aver luogo nel prossimo anno scolastico.

In contemporanea alla presentazione del rapporto Invalsi veniva approvata in Parlamento la legge sulla scuola del governo Renzi che — come ha ricordato con giusta soddisfazione la presidente Ajello — prevede un sufficiente stanziamento quadriennale per le prove nazionali ed internazionali. Ridiventa anche obbligatoria la formazione per gli insegnanti in servizio, cancellata demagogicamente qualche anno fa e che peraltro tutte le professioni di una certa pretesa prevedono, senza farne ragione di sconcerto o di contrarietà. Forse che solo gli insegnanti sono già tutti imparati? Chissà che la formazione serva almeno a far capire che chiamare le prove Invalsi quiz non è segno di grande livello culturale.



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