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SCUOLA/ Riforma Renzi, l'idea che manca e la trappola dei decreti

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Stefania Giannini (Infophoto)  Stefania Giannini (Infophoto)

Superate, almeno per il momento, le traversie delle contrapposizioni polemiche, cominciano ad apparire valutazioni meno condizionate dal confronto politico sul recente riordino di numerose materie scolastiche approvato dal Parlamento il 9 luglio scorso. Ho detto intenzionalmente "riordino" perché non mi pare si possa parlare di una vera e propria riforma. Il provvedimento interviene infatti su una grande quantità di questioni e tematiche e, salvo il fragile tema conduttore dell'autonomia, è difficile trovare un fil rouge ispiratore. Una riforma esprime un'idea "forte" di scuola: riforme vere furono quelle che a suo tempo ridefinirono il ruolo "partecipato" e "sociale" della scuola (decreti delegati del 1973-1974) e, in seguito, introdussero il principio dell'autonomia scolastica (1997). Riforme altrettanto vere, per quanto senza esito, sono state in tempi più recenti quelle di Berlinguer (connotata dal riordino dei cicli) e di Moratti (con la proposta del doppio canale e della personalizzazione).

Nel mare magnum della legge Renzi-Giannini non c'è un'idea di scuola comparabile a quelle appena accennate. Bene o male? Forse è bene, a condizione che le norme messe in campo consentano alle singole realtà scolastiche di darsi un'idea di scuola e di perseguirla con coerenza. In un contesto di piena libertà scolastica regolata soltanto dall'obbligo della rendicontazione e, dunque, non più pilotata dalle procedure central-ministerialiste il compito di dare un'anima alla scuola passa ai docenti, alle famiglie e a quanti a vario titolo nei diversi ambiti sociali hanno a cuore l'interesse dell'educazione.

Questo passaggio sarebbe certamente stato facilitato se il legislatore avesse messo mano anche agli organi collegiali, che restano quelli di 40 anni fa, se avesse oltrepassato i concorsi gestiti centralmente, se avesse rafforzato l'organizzazione periferica per reti scolastiche, se si fosse astenuto dalla minuziosa elencazione degli obiettivi formativi a da varie divagazioni didattiche come quelle, ad esempio, riguardanti la flessibilità, già prevista dalle norme del 1999, se alle immancabili competenze avesse accostato l'opportunità di valorizzare le capacità nel senso, ad esempio, suggerito da Martha Nussbaum nel suo bel libro Creare capacità (2012), o come indicato dalle non cognitive skills di James Heckman. Detto questo, non sembra tuttavia il caso di fermarsi a lamentare il bicchiere mezzo vuoto (o, secondo altre letture, a far credere di trovarsi di fronte a un bicchiere addirittura traboccante).

L'obiettivo più ragionevole è invece quello di avvalersi al meglio delle nuove norme per migliorare la scuola, "darle un'anima" e rispondere alle attese dei giovani e delle famiglie. La scuola non serve ad assicurare posti di lavoro, è utile se persegue lo scopo di formare persone preparate, responsabili e buone. A me sembra che in vista di questo obiettivo ci siano da affrontare due ordini di questioni: una di natura apparentemente più tecnica legata alla decretazione necessaria per completare il quadro legislativo; e una invece di impianto formativo-pedagogico volta a disegnare, per l'appunto, l'idea di scuola. Per quanto riguarda la prima questione occorrerà vigilare perché gli spazi di libertà non siano compressi entro decreti e regolamenti amministrativi condizionati dai lacci e lacciuoli cui è affezionata una resistente e quasi inossidabile mentalità centralista, ministeriale e non solo.



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