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SCUOLA/ Bes, Pof, Pdp, Pei, Pai… e ad Alessandra chi ci pensa?

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Francesca sa, come il don Pino Puglisi del romanzo di D'Avenia Ciò che inferno non è, che "un bambino non guardato è un bambino perduto" e che "quando qualcuno ti vuole bene, dice il tuo nome in modo diverso. E' come se il tuo nome sta al sicuro nella sua bocca". Ecco allora che cominciano due anni difficili di convivenza e fatiche, di successi e insuccessi, di smemoratezze e confusioni, con passi avanti e ritorni, ma sempre dentro un'accoglienza che la guarda con attenzione e le chiede con decisione un impegno che spesso non è in grado di assumersi.

Ma è promossa. Anche in terza media rimane il suo bel Pdp, ma per fortuna rimane soprattutto Francesca con gli altri professori che non demordono, anche quando sembra che la sua confusione addirittura peggiori con l'età e gli sbandamenti che si porta dietro. C'è l'esame e Francesca insiste con lei e con le altre per costruire un percorso che consenta loro di districarsi all'orale e agli scritti. Ma le altre avranno un trattamento diverso: loro hanno un Pei, loro hanno la 104, loro hanno firme di medici e professionisti. Lei no. Loro potranno fare uno scritto di inglese, spagnolo e matematica diverso dagli altri, uguale a quello che hanno fatto con Francesca negli ultimi mesi. Potranno fare una prova Invalsi appositamente costruita per loro da Francesca. Lei no: lei farà lo scritto di inglese, di spagnolo, di matematica e l'Invalsi esattamente come quello di tutti i suoi compagni. Perché lei è un Bes, ha bisogni educativi speciali, ha avuto un percorso personalizzato, ma l'esame no, lei è normodotata e dunque farà tutto quello che è richiesto agli altri, questo recita la legge italiana.

Certo, adesso che la scuola è finita e la Buona Scuola è legge, forse sarebbe anche ora di stendere un silenzio da meritata vacanza su cose così futili e particolari come l'esame di terza media di Alessandra. Ma come lei quanti ce ne sono? Che senso ha tutto questo agitarsi di legislatori e presidi e formatori intorno all'inclusività, quando poi accadono cose come queste? Che senso ha costruire corsie preferenziali, se poi mi devo infilare nella colonna a un casello troppo stretto e trafficato perché chi è arrivato con la sua velocità e le sue diverse competenze ci possa passare? Alessandra ha fatto il suo tema: ha parlato delle sue fatiche e di quello che ha imparato, ma ha parlato soprattutto dello sguardo di Francesca e della pizza che ha mangiato con lei e le altre ragazze la sera prima del tema. Alessandra ha fatto l'Invalsi come gli altri ed è riuscita a farlo bene, così come inglese e spagnolo. Matematica no: anche se aveva le tavole e la calcolatrice, il suo scritto è stato un quattro rosso e profondo come una ferita. Ma non è bastato per bocciarla: al colloquio se l'è cavata anche meglio di altri, non ha portato chiavette o power point, ha parlato degli argomenti che con Francesca aveva approfondito. Ed è stata sicura come non mai. Rossa, affannata, felice di poter dimostrare di sapere destreggiarsi in una prova così.



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COMMENTI
23/07/2015 - una situazione ..che invita a riflettere (Luigi Maranzana)

Una storia che ci fa sentire impotenti quella di Alessandra, come lei ce ne sono tanti compresi quelli che non si possono catalogare perchè hanno la "sfortuna" di essere "senza etichette", ma costretti a stringere la loro corsia di movimento perchè troppo affollata da situazioni problematiche. E' vero il tema dell'inclusività è ancora spesso una metafora in quanto costruito sulle "etichette", comode, che ci coprono le spalle, ma che non concludono se,intanto non ci si convince che, poichè diversità non è avversità tutti siamo diversi l'uno dall'altro e il ruolo della scuola è di esaltare le diversità anche quando sono problematicità. Siamo ancora fermi alla fase dell'accarezzare i problemi sino al punto in cui non diventano ostacoli che le disposizioni non consentono di superare (il caso dell'esame di licenza media è un esempio, ma ce ne sono e ce n'erano fino a qualche tempo fa altri). Il vero problema è un altro: se la scuola non è indotta a puntare sul vero significato di "educare" e non trova i veri canoni dell'empatia come dimensione relazionale Alessandra ed altri sentiranno sempre di più il peso schiacciante di una situazione come la sua. Sulla porta del Cottolengo campeggia una scritta che spesso non sappiamo leggere: "Charitas urget nos". Se la scuola è il luogo dove la formazione va centrata sulla persona deve pensare che le periferie esistenziali sono una realtà di tutti anche se non si vedono, ma sulle quali siamo invitati a riflettere, MIUR compreso!!