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SCUOLA/ Bes, Pof, Pdp, Pei, Pai… e ad Alessandra chi ci pensa?

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Il suo papà l'avrà guardata dal posto in cui è e sarà stato felice anche lui. Non so se Alessandra ha finalmente vinto tutte le sue insicurezze e fragilità, non so quando e se Alessandra verrà tolta dalla lista dei Bes. So che il suo esame è stato una grande prova, e che, in generale, però, la legislazione dovrebbe riconsiderare queste situazioni: i percorsi personalizzati si devono infilare nell'imbuto di una finta uguaglianza? Quanti come Alessandra sono riusciti ad affrontare con successo prove che non hanno affrontato nel corso degli anni? Ma anche: l'ansia di codificare, di definire, di certificare la diversità, a qualsiasi titolo, di standardizzare poi gli interventi didattici secondo uno schema ripetitivo di strumenti compensativi e dispensativi, è davvero il modo migliore per favorire un percorso d'apprendimento per chi si trova ad avere delle difficoltà? Di che cosa ha davvero bisogno un ragazzo che cresce? Alessandra, dopo il colloquio d'esame, è tornata a vedere quelli dei suoi compagni. Poi è venuta a prendere il certificato delle competenze con la mamma. Mi ha chiesto se poteva tornare a trovarci quando sarà alla scuola superiore, se avrebbe trovato ancora Francesca.

Forse ha ragione don Puglisi: un ragazzo che cresce ha bisogno di uno sguardo che lo accompagni. Allora la scuola, invece di pensare a essere una buona scuola, perché non riflette su 'sta storia dell'inclusività? Perché in realtà, poi, al di là di quello che si decide in Parlamento, la scuola va avanti così: con i Bes, i Pdp, i Pei, i Pof e soprattutto con i Pai. Che una volta erano delle patatine e oggi è la parola d'ordine di ogni collegio docenti che si rispetti. Ma questa è un'altra storia che forse varrà la pena di raccontare.



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COMMENTI
23/07/2015 - una situazione ..che invita a riflettere (Luigi Maranzana)

Una storia che ci fa sentire impotenti quella di Alessandra, come lei ce ne sono tanti compresi quelli che non si possono catalogare perchè hanno la "sfortuna" di essere "senza etichette", ma costretti a stringere la loro corsia di movimento perchè troppo affollata da situazioni problematiche. E' vero il tema dell'inclusività è ancora spesso una metafora in quanto costruito sulle "etichette", comode, che ci coprono le spalle, ma che non concludono se,intanto non ci si convince che, poichè diversità non è avversità tutti siamo diversi l'uno dall'altro e il ruolo della scuola è di esaltare le diversità anche quando sono problematicità. Siamo ancora fermi alla fase dell'accarezzare i problemi sino al punto in cui non diventano ostacoli che le disposizioni non consentono di superare (il caso dell'esame di licenza media è un esempio, ma ce ne sono e ce n'erano fino a qualche tempo fa altri). Il vero problema è un altro: se la scuola non è indotta a puntare sul vero significato di "educare" e non trova i veri canoni dell'empatia come dimensione relazionale Alessandra ed altri sentiranno sempre di più il peso schiacciante di una situazione come la sua. Sulla porta del Cottolengo campeggia una scritta che spesso non sappiamo leggere: "Charitas urget nos". Se la scuola è il luogo dove la formazione va centrata sulla persona deve pensare che le periferie esistenziali sono una realtà di tutti anche se non si vedono, ma sulle quali siamo invitati a riflettere, MIUR compreso!!