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SCUOLA/ Una prof: la "maturità"? E' come uscire da un racconto di Buzzati…

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Ci saranno pure gli abbellimenti della forma, le figure retoriche, una più o meno spiccata sensibilità lessicale, eccetera, ma vogliamo dirlo una volta per tutte? Scrivere è raccontare in forma convincente qualcosa, e non stiracchiare l'aria fritta o raccattare il già sentito, il rimasticato, la chiacchiera da bar.

Per cui, che cosa ne può sapere un diciotto-diciannovenne dell'annoso problema, che so, della crisi economica e dei rimedi a essa? O della riqualificazione delle periferie cittadine? Ma no. I nostri impavidi — e un poco sprovveduti — maturandi, a volte, fanno il passo più lungo della gamba e, in assoluta buonafede, si lanciano in complicati elaborati, nei quali, se tutto va bene, ottengono il risultato di inanellare una serie di corrette, anodine, educate banalità: insomma, viene da dire, ma se il problema dell'integrazione dei profughi e degli immigrati, la crisi economica galoppante, il degrado delle periferie, sono problemi non risolti dai grandi organismi politici ed economici nazionali e internazionali, li deve risolvere un maturando nello scritto di italiano?!

Apriamo e chiudiamo immediatamente la parentesi "correzione delle prove scritte": perché veramente, o miei commissari, qui si parrà vostra nobilitade. E anche la vostra resistenza fisica. E purtroppo, si capisce subito anche quali materie, magari inopinatamente e solo l'ultimo anno, sono state verificate solo oralmente o con domande a risposta chiusa: non solo dalla qualità delle risposte degli studenti, dalla loro scrittura, dalla capacità di utilizzare nessi logici e di essere esaurienti, ma anche dalla capacità dei commissari di correggere con obiettività e un minimo di  senso della sintesi. 

E così, come sempre accade, dato che la correzione è collettiva, molto spesso, in ore e ore di arroventate correzioni e discussioni, dibattiti e questioni di lana caprina, si ricordi, il giovane commissario, di adottare il sistema del sapiens stoico: mantenere la calma, aspettare quieto (qualche sessione di correzione si prolunga talora tanto da far configurare il reato di sequestro di persona), e non ribellarsi al destino crudele e ostile, nella consapevolezza che fata volentem ducunt, nolentem trahunt (i fati guidano dolcemente colui che li asseconda, trascinano a viva forza chi si oppone loro).

Di prova in prova siamo arrivati agli orali. E qui, non c'è che dire, le soddisfazioni sono tante, soprattutto perché il candidato deve presentare un lavoro personale (la cara, vecchia "tesina") che sviluppi una ricerca, che dia conto di un'esperienza formativa per lo studente nell'ultimo anno di scuola, e così via. Detto così, suona molto bene, vero?

Attenzione! Vi troverete dinanzi a un'autentica selva di orrori. A nulla valgono le raccomandazioni dei professori (curare la bibliografia e la sitografia, sviluppare un argomento specifico e di portata non troppo vasta, non cercare collegamenti forzati con altre materie, sottoporre il testo alla revisione dei docenti interni prima di presentarlo alla commissione): per un maturando solerte, ce n'è sempre uno (e se sarete fortunati, anche due o più: tutta esperienza!) che presenta lavori sommari, testi scaricati tali e quali da Wikipedia (non sapete quanti!), pseudo-lavori dal titolo che farebbe tremar le vene e i polsi a un individuo ragionevole ("Pirandello"; "Leopardi"; "Il Romanticismo"), elaborati senza bibliografia, collegamenti stiracchiati, o, addirittura, tesine dall'argomento assai propizio ai tempi estivi in cui si svolge l'esame: "Il gelato" (Giuro! L'ho visto!); "Il mare", eccetera.



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