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SCUOLA/ E ora rompiamo le "scatole" che guastano il lavoro dei docenti

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Il Pai, registrati i bisogni educativi speciali presenti nella scuola con un'accurata indagine statistica, individua le criticità presenti nella programmazione, indica le modalità per incrementare le attività inclusive dell'istituto, suggerisce aspetti organizzativi che le favoriscono, individua necessità di formazione, incrementa i rapporti tra insegnanti di sostegno e famiglie, lavora per lo sviluppo di un curricolo inclusivo, progetta forme per l'acquisizione di risorse volte alla didattica inclusiva, elabora strumenti per lo screening in itinere sulla lettoscrittura, il calcolo e le conoscenze numeriche. Domanda: cosa fa allora la scuola? Che senso ha il Pof? Ah, ecco, bisogna spiegare anche questo: è il piano dell'offerta formativa, diciamo la carta d'identità della scuola. Ma se nel mese di giugno il Gli elabora il Pai, individuando addirittura le risorse da spendere e incrementare, cosa rimane da decidere e spendere al Pof? Sembra uno scioglilingua, ma purtroppo non è così: in maniera neanche tanto velata e surrettizia, con l'adozione del Pai a giugno vengono sostanzialmente indicate le linee didattiche di tutta la scuola per l'anno successivo, con l'indicazione di spesa di gran parte delle risorse.

A parte questo punto centrale di metodo, sorgono altre grosse perplessità: nella maggior parte dei Pai le attività inclusive sono ormai codificate, strutturate, irrigidite in una prassi che si ripete più o meno in ogni scuola. Gli alunni si screeningano — oh Dio, ma come parlano? — si codificano i loro problemi, si suggeriscono le strategie, appunto. E allora si parla di strumenti compensativi e dispensativi, di utilizzo di Lim e computer, di facilitazioni e riduzioni, di tempi e di domande aperte e verifiche orali: tutto ormai delineato e preordinato per il raggiungimento del successo formativo.

La scuola non è in grado di esercitare una creatività maggiore rispetto a situazioni diverse e complicate? Il suo obiettivo è davvero un successo formativo ad ogni costo? E' sicuro che inscatolare un alunno dentro una definizione e un percorso quasi obbligato costituisca per lui un vantaggio? Non si generano forse così troppi ragazzi ai quali si fa credere che la vita faccia sconti per tutta la sua durata? A dire la verità le domande potrebbero continuare all'infinito, ma in merito a questa cosa del Pai e ai risvolti che può avere sulla vita della scuola, risulta abbastanza chiaro che un collegio docenti può rischiare di abdicare al suo ruolo di indicare le linee didattiche, lo stesso preside può rischiare di vedersi sottrarre le competenze per l'individuazione dei bisogni della scuola e del reperimento delle risorse necessarie per soddisfarli. Ma quel che più è preoccupante in tutta questa vicenda è che forse viene intaccato il vero cuore del lavoro educativo e didattico: l'alunno cresce dentro un rapporto personale con l'insegnante, con gli insegnanti del suo consiglio di classe.



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