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SCUOLA/ Studiare per la vita o solo per un esame?

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Parto dalla frase che la presidente di commissione (anche lei troppo presa dal gioco di ruolo) ripeteva come fosse un mantra: "Non contano i contenuti, contano le competenze". Una frase che distrugge in un attimo tutto il lavoro appassionante fatto proprio sui contenuti durante le ore di letteratura italiana e latina insieme agli studenti. L'esame, a partire da questo presupposto, diventa una specie di colloquio di lavoro, dove sto lì a valutare come ti esprimi, come scrivi, se ti scordi qualche volta la maiuscola, se in dieci minuti dieci d'orologio riesci a parlare del tuo percorso avendo avuto cura di metterci dentro tutto lo scibile umano (perché ogni commissario esterno pretende l'amo cui abboccare per cominciare il colloquio), con scioltezza, proprietà di linguaggio e puntualità… "Me luridus occupat horror!".

Ora, indipendentemente dal preciso contesto in cui Seneca ha scritto la celebre frase "non vitae, sed scholae discimus" (ribaltata dalla vulgata), è chiaro che l'illustre filosofo può qui essere citato a meraviglia: non si studia più per la vita, ma per la scuola, o meglio, per un esame. Questo se permettete è orribile. L'aspirazione, o forse la pretesa, non so, è che nell'insegnamento entri la vita, quella vita che è meravigliosa, complessa, problematica ed è proprio per questo che i contenuti sono importanti. Lavorare sui versi di Dante non è la stessa cosa che lavorare sulla ricetta degli spaghetti alla puttanesca, ma non tanto per le diverse competenze che devi utilizzare, quanto per il diverso "cuore" che devi avere o che devi metterci. Un cuore che (ne sono convinto) ti servirà anche quando ti presenterai ad un colloquio di lavoro (che tu voglia fare il giornalista, il fisico nucleare, l'idraulico o il manovale).

Senza questo presupposto, senza questa radicata convinzione, si capisce anche perché il liceo classico vada in crisi: se contano solo le competenze, allora mettiamoci tutti a studiare con dedizione i quiz per la patente B, che, tra l'altro, "servono di più". E infatti quando al termine del colloquio si rivolgeva agli studenti la domanda di prassi ("cosa farai dopo?"), ecco i risolini di commiserazione per quelli che rispondevano con entusiasmo giovanile "lettere", gli "auguri" detti con cinismo, e invece i "bravo" di approvazione per chi si sarebbe dedicato a qualche strana disciplina del settore scientifico. E nessuno faceva eccezione, a cominciare dai commissari interni che insegnano lettere antiche o moderne.

Di qui la crisi, la sofferenza. Tutto per nulla, dunque? Io che lavoro sui contenuti, che mi appassiono con i ragazzi dietro ad un personaggio di Verga, o di Pirandello, che mi fermo in silenzio su un verso (o una parola!) di Ungaretti, che mi commuovo di fronte alle grandi domande di Leopardi e che invito i miei ragazzi a fare altrettanto, sbaglio tutto? 



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