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SCUOLA/ Studiare per la vita o solo per un esame?

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Sono fuori dalla realtà? Dovrei buttare tutto nel cestino e misurarmi con la ricetta di cui sopra? Dovrei insegnare ai ragazzi non tanto a scoprire qualcosa di nuovo e di appassionante per loro, ma allenarli a ripetere una cosa qualsiasi in dieci minuti dieci con scioltezza e proprietà di linguaggio? Dovrei preparali al colloquio di lavoro?

Mi dibattevo in queste domande esistenziali, quando ricevo la gradita visita di un mio ex studente. Dopo cinque anni di liceo linguistico, la laurea in lettere, figlia di una vocazione ed una passione nate sui banchi di scuola e il desiderio di divenire un docente (insomma, uno di quei poveracci da commiserare). Tesi di laurea molto originale, con un confronto tra "La grande bellezza" di Sorrentino e "Il piacere" di D'annunzio. Lode e concessione della dignità di stampa. Non solo: apprezzamento e recensione di Giordano Bruno Guerri (di cui tra l'altro si è conquistato l'amicizia). Ma non finisce qui: da agosto questo neo dottore in lettere ha iniziato uno stage da aspirante giornalista presso un importante quotidiano nazionale, superando una selezione nazionale con prova scritta e famoso colloquio di lavoro. Colloquio al quale si è presentato mettendo in gioco quel "cuore" che ha educato a fatto crescere sui banchi di scuola. Quello che evidentemente conta davvero nei colloqui di lavoro e che interessa molto meno in certe prove d'esame di Stato.

Dalla realtà, dall'esperienza concreta, arriva allora un insegnamento e un incoraggiamento. La realtà mi aiuta a non rassegnarmi ad una particina nel gioco di ruolo autoreferenziale che la scuola corre sempre il rischio di diventare. Dalla realtà una speranza per tutti: si può continuare a studiare non per la scuola, ma per la vita.

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