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SCUOLA/ Ri-fondare l'amore per Dante? Serve un romanzo d'avventura…

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Dante e Viriglio visti da Delacroix (Immagine dal web)  Dante e Viriglio visti da Delacroix (Immagine dal web)

Giunto ormai alla fine del grande viaggio, Dante vede la Madonna, vorrebbe toccarla e si riconosce toccato: "Ad un tratto — scrivono le Nostre — sentii un fremito nella spina dorsale e capii che Maria era la madre, mia madre; avrei voluto toccarla, o almeno sfiorarla, con la mano, ma era troppo lontana, e poi, così luminosa, non avrei potuto. Capii invece che era Lei che mi aveva toccato il cuore".

Compare infine — e siamo agli antipodi dell'assordante disgusto a cui sono condannati i golosi — la santità del gusto, l'ultimo dei cinque sensi: "…piena di stupore e lieta / l'anima mia gustava di quel cibo / che, saziando di sé, di sé asseta". Certo, si tratta di un gusto tutto speciale: la contemplazione di Cristo, Dio e uomo, che si specchia negli occhi di Beatrice. Contemplare questa verità soprannaturale è fare esperienza del sapere, ovvero del conoscere assaporando, gustando; ed è immersione in una verità che da un lato sazia di sé — soddisfa —, dall'altro suscita ancor più vivo desiderio di essere gustata.

Desiderio: questa pare a me la parola-chiave della Divina Commedia. Dante ci educa anche a giocare a caccia al tesoro con le parole, indagandone l'etimologia (se ne vedano alcune, nelle righe che precedono, appena suggerite ed evidenziate con il corsivo). L'uomo de-sidera: si è allontanato dalle stelle (in latino sidera). Egli sente la struggente mancanza del cielo da cui proviene e per il quale il suo cuore è fatto. Dante si slancia verso l'alto e prova da solo a scalare il colle illuminato dal sole, ma è ricacciato dalle tre fiere giù nella selva oscura. DaVirgilio apprende che per realizzare il proprio intimo desiderio di salire verso la meta occorre prima scendere nell'abisso del male. l'Inferno è "l'aere sanza stelle": un dis-astro...

Anche nell'Inferno accadono incontri capaci di evocare potentemente la "statura" dell'uomo. Fra questi giganteggia Ulisse, che così sprona i propri compagni d'avventura: "Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza". Con-siderate: guardate le stelle tutte insieme per orientarvi, per trovare il senso e la direzione della vita. la statura dell'uomo è in questa sua indomita tensione ad andare oltre, più in là, verso il mistero ultimo. Ma — come chiosano le autrici di questo libro — Dante capisce "dove Ulisse aveva sbagliato e perché aveva fallito: l'uomo da solo non può arrivare a conoscere tutto e avere la presunzione di salvarsi da sé". Dante invece non fallisce perché il suo viaggio è voluto da Dio e sempre accompagnato e guidato: da Virgilio, poi da Beatrice, infine da san Bernardo. Il nostro homo viator esce dall'Inferno e "torna a riveder le stelle"; raggiunta la vetta del Purgatorio è "puro e disposto a salire a le stelle"; infine, nel Paradiso gli viene donato quell'attimo folgorante di totale soddisfazione del desiderio con la visione completa di Dio, "l'Amor che move il sole e l'altre stelle".



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