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SCUOLA/ Il tradimento. Italodramma in quattro puntate (1)

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Università di Torino, galline in rettorato durante una protesta (Infophoto)  Università di Torino, galline in rettorato durante una protesta (Infophoto)

Eppure, a differenza di tutte le culture, la "scuola" d'Occidente nasceva laicamente col leggere di Omero; esercitando Isocrate, agendo la paideia, e assai meno la filosofia, la teologia o la mitologia («bella ciao») di Stato. Forse già all'origine si custodiva un arcano, ermetico segreto: l'educazione, quando avviene a scuola, avviene sempre nell'incontro con un mondo di finzione, e mai direttamente tra utente-discente e impiegato-professore. Insegnante e insegnato si scambian spesso i ruoli, nella relazione col vero di un'equazione, col bello di un sonetto o una canzone. Nulla è mai un pre-testo educativo; a scuola l'educazione sarebbe un mezzo per conoscere al fin d'amare; non mai un fine è l'educare. Studiare bene l'oggetto contemplato, col giusto linguaggio nominato, educherebbe invece insegnante e insegnato. Ma perché mai si frammetterà un Maestro mediatore, quando più rapido, economico, -duttivo, sarà il contatto diretto col fatto lavorato messo a mollo già nel suo Aziendale contesto? Basta con le teoriche di fuffa: lo stage professionale ti tira fuori dalla scuola-muffa. Abbasso la finzione della scuola. Che serva solo come volo simulato, per ottenere poi un più remunerato risultato (o un successo formativo assicurato). Vai nell'Agenzia Simulatore, per uscirne dal Controllore giustamente Graduato. «E Noi farem la Scuola più bella e più grande che pria. Bravo! Grazie!» (oh Petrolini, da Nerone addobbato). Meglio subito somettere il giudizio di valore allo Stage nel mondo vero, del lavoro nella lotta di mercato, affinché il "ragazzo" meglio riesca addestrato alla Professione. Più azienda sia, e meno inutile leggenda stantia (ma non sarebbe meglio fare Scuola nell'Azienda, se si vuol davvero migliorar la concorrenza? Pensa lì quanta esperienza, accolta da chi ne riconosce l'autentica valenza? Forse che della Scuola ha paura ogni Padrone?).

Noi accogliamo dunque una parola e una tradizione ormai tradita: la scuola luogo di piacevole contemplazione (lo studium riaffermava il senso); luogo di soddisfatta ri-creazione (diceva Dante: apparecchiare per gustare la vivanda), per l'estensione dell'Esser nostro, della Scienza di chi siamo, del Creato di cui godiamo, per ragionar del bello e per isvagar del vero, con magnanimità (al calcolo della sua sovrabbondanza) e mostrando gratitudine. Educati, sì, ma per andare a scuola, e dunque prima e dopo campanella; non i saperi piegati a educare a guadagnare, a fare i Buoni della Buona scuola, cioè competitor equi e solidali. Si sarebbe uomini liberi per apprezzare meglio i segni del mondo; non si userebbe il mondo per diventar liberi. E liberi, si libererebbe, almeno un poco, il mondo. Altrimenti lo usassero gli schiavi, e lo si ingabbierebbe. La Scuola faccia il suo, ma ciascuno, fuori, faccia il proprio. A pochi piacciono le deleghe, ma delega fu, e in buona o mala fede, resta sempre più molesta. Molti si confusero. Che sia poi la conoscenza, con la sua ferrea ed esatta disciplina, a rendere più civile il cittadino, più uomo il ragazzino, questo lo sa bene ogni adulto che sia stato educato da bambino. Il pastore chiudesse prima il suo recinto. Che sia allora la Pedagogia a dimostrare se essa sia di dignità educativa, e non chieda ad altri di dimostrare l'evidenza: che scienza e arte educhino chi le apprezza, è da millenni granitica certezza.

 

(1 - continua)



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