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SCUOLA/ Abramo e noi: figli di un evento o figli della logica?

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Già esplode la mostra su Abramo, al Meeting di Rimini. Una mostra che è anche un luogo dove ritrovare il proprio io nell'epoca del crollo delle evidenze. La mostra ha un notevole impatto educativo e narrativo che ogni docente dovrebbe tenere presente. La scuola riparte sempre da una scossa, da una provocazione densa di richiami alla realtà passata e presente che permette alla persona di apprendere con un criterio le conoscenze necessarie. La scuola apre (dovrebbe aprire) alla vita nella sua totalità e la mostra insegna che questa totalità non è astratta né estranea alla vita, ma ha il fascino di un incontro. Ieri come oggi. 

Dunque, Abramo e la rinascita dell'io. La potenza di questa sintesi sta tutta nella storia di Abramo, del popolo che da lui ha preso origine e della continuità di Abramo rappresentata da Cristo che attualizza la compagnia di Dio all'uomo. Può un avvenimento storico fondare la comprensione dell'io, attribuirgli una identità, renderlo generativo di nuova umanità? La mostra tocca questo vertice là dove risponde: sì, è dentro una storia di avvenimenti che l'uomo può ritrovare se stesso. 

Il discrimine tra l'essere mesopotamici (cioè, paradossalmente, moderni) e l'essere veramente capaci di ritrovare il filo del rapporto con il reale (il Fato, lo chiamavano a quei tempi) sta nell'accettare la storia. Di quale storia parliamo? E, legato a questo, l'altro interrogativo: quale storia insegniamo?

È la storia imprevedibile accaduta ad uno di noi. Parliamo di avvenimenti storici che spesso a scuola non sono nemmeno presi in considerazione o al massimo relegati nel mondo del mito. Abramo fu un personaggio storico, lo documenta la crepa nel tessuto temporale da cui ha avuto origine la sua discendenza, che intorno al 1800 a.C. se ne venne via da una città stato (Ur) perché il clima della città era opprimente a causa dell'eccessiva organizzazione dei compiti assegnati agli individui. 

Dalla funzionalizzazione, per certi versi preziosa, era nata la schiavitù. Ci fu tutto un mondo di tribù che si allontanava dalle anonime forme di potere mesopotamico alla ricerca di rapporti più autentici con la natura, con gli altri e con il Mistero che lo circondava. Abramo fu uno di quei capi tribù che si avventurarono nella steppa seguendo a ritroso il corso dei fiumi. La sua tribù era imbevuta di politeismo mesopotamico, cioè, come spiega bene la mostra e hanno illustrato i suoi curatori, riteneva che il Fato non potesse comunicare con l'uomo se non attraverso gli dèi e le leggi. Abramo invece accetta di essere chiamato per nome dal Mistero, in un tempo e in un luogo.



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