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SCUOLA/ Le lacrime di Marina Abramovic e il guanto di padre Antonij

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Marina Abramovic (Immagine dal web)  Marina Abramovic (Immagine dal web)

Chi si occupa a vario titolo di educazione e si trova al Meeting di Rimini può utilmente assistere alla performance videoregistrata di Marina Abramovic (mostra sull'Arte contemporanea "Tenere vivo il fuoco"), e poi visitare la mostra sul metropolita Antonij di Surozh, leggendo con attenzione alcune didascalie. Il cortocircuito può essere salutare. 

Vediamo perché. Una delle immagini più sconcertanti del Meeting è quella della performer di origini jugoslave Marina Abramovic che al Moma di New York nel 2010 mette in scena la presenza/assenza dell'artista. Marina, che ha sempre usato il proprio corpo come forma estrema di espressione e provocazione, in questo caso siede ferma e silenziosa, in ambiente asettico ma alla vista del pubblico, davanti a casuali visitatori che si accomodano di fronte a lei. La prova è durata per ben tre mesi, durante i quali, negli orari di apertura del museo, chi voleva poteva essere fissato negli occhi dalla muta e totale immobilità di Marina. Le reazioni appaiono le più diverse, ma in tutti è avvertibile un brivido, una sorta di disagio: chi muove le labbra, chi accenna ad un saluto, chi si commuove tanta è la carica della disperazione che proviene da quel volto. Marina confessa in una intervista di essere stata prossima al nulla.

Ma c'è qualcosa che non funziona, una rottura improvvisa. Davanti a lei siede, ad un tratto, l'ex compagno di una vita, col quale ha condiviso parecchi anni prima l'identica performance: stare seduti fermi e in silenzio per ore e giorni l'uno di fronte all'altra. Al trovarselo di fronte, gli occhi di Marina, prima inespressivi, si animano, poi si riempiono di lacrime, poi tutto il suo corpo si protende mentre le mani dei due per pochi attimi si cercano e si stringono. Fine. Occorre però andare oltre e raggiungere, se possibile, il livello della questione cui l'esperienza di Marina introduce. In lei per un attimo lo stupore dell'incontro con l'amico prevale sul rigore estremo della performance. E così l'artista, non prevedendolo, sperimenta di non essere solo energia psicofisica, di non essere definita dall'assenza di rapporto con la realtà. È come se la donna ricordasse di essere intrisa di qualcosa che la fa piangere. Non certo lacrime di rabbia o delusione per l'interruzione, ma in un certo senso lacrime di gratitudine. Il volto si ricopre di lacrime e questo sottile velo fa tornare quel viso umano, espressivo.

La prova dopo lo shock riprende come prima, ma resta negli animi dei presenti al Moma una commozione visibile anche nell'applauso liberatorio con cui viene accolto l'accaduto. Resta il fascino di quelle lacrime che velano ma permettono anche di vedere. Di che cosa è fatto quel velo?



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