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SCUOLA/ Quei giovani "dispersi" che fanno saltare i nostri schemi

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Foto michelezambelli.it  Foto michelezambelli.it

E la scuola cosa fa? Li chiama dispersi. E invece di aiutarli a cercare di dare un nome e un volto alla mancanza, tante volte li "bastona" facendogli credere di essere meno intelligenti o capaci, solo perché non rispettano il cliché. Fino, in molti casi, ad espellerli dal sistema.

Ecco, sarebbe stato necessario un bell'incontro sulla scuola che mettesse a tema la grande ricchezza che lo sguardo pieno di mancanza di tanti nostri studenti — proprio i "peggiori" — rappresenta per tutti: per loro, per gli insegnanti, per la società intera. E sulla necessità che anche la scuola esca verso le periferie dell'esistenza, e torni a mettere al centro la persona con il suo destino. Tanto spesso facciamo leggere i versi di E.L. Masters nella Antologia di Spoon River sulla necessità di "sciogliere le vele e seguire i venti del destino ovunque spingano la barca", ma siamo i primi ad essere come "una barca che anela al mare eppure lo teme". 

Alla domanda dell'intervistatore di Avvenire su cosa spinge uno skipper ad affrontare un'impresa del genere, completamente solo e isolato dal mondo, Michele ha risposto: "La stessa cosa che ha spinto Cristoforo Colombo a mettersi in mare: scoprire cosa c'è oltre l'orizzonte e scoprire se stessi".

E allora cento, mille, diecimila Michele Zambelli. La nostra scuola ne è piena, impari ad amarli e a scoprirli.



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