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SCUOLA/ Inglese alle elementari: bilinguismo sì, ma al "naturale"

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Alla solita maniera italiana, soprattutto per quanto riguarda la scuola, ci ritroviamo a un trentennio dall'introduzione della lingua inglese nella scuola primaria (risale infatti ai programmi didattici emanati nel 1985 e ai successivi decreti del 1990 e 1991 che già facevano riferimento a sperimentazioni attuate dalla solita buona volontà di tanti insegnanti), a vedere, tra le novità della legge sulla Buona Scuola, proprio l'inglese.

Nel mezzo ci sono la Riforma Moratti, i vari documenti della commissione europea sulle competenze chiave tra cui figura quella di una seconda lingua comunitaria, le Raccomandazioni europee del 2006, le Indicazioni nazionali del 2012 e certamente sfuggono, a questa sommaria analisi, tanti riferimenti al ricco panorama legislativo in materia. Accanto a questo accenno che lascia un senso di incompiutezza, di qualcosa che non parte mai, ci sono però tante esperienze che, nascendo da una riflessione continua su ciò che accade a scuola, fanno emergere la ricchezza non solo di una buona pratica, ma anche di concezione e di suggerimenti metodologici.

L'ambito delle scuole paritarie, di cui fa parte anche la mia scuola, ha dimostrato una particolare sensibilità a questo tema, non solo a motivo di una richiesta esplicita dei genitori, ma per un'attenta considerazione della realtà in cui siamo immersi, che non permette più — se ci si pone in un'ottica di educazione come introduzione a tutta la realtà che si incontra — di non indicare tra le proprie priorità anche l'apprendimento naturale e fluente di una seconda lingua. Si tratta, a mio parere, di rimettere nella giusta ottica questo tema, non allontanandosi dalla realtà ma neppure esasperando una specializzazione linguistica che non è il proprium delle scuole del primo ciclo, soprattutto quelle dell'infanzia e primaria.

Ritroviamo già nei programmi del 1985 la forte centratura di una finalità comunicativa e, proprio su questo aspetto, che pone l'accento sul mettere in comune con altri un bene che si possiede, occorre soffermarsi per comprendere l'orizzonte in cui può collocarsi, a livello di scuola, una proposta che abbia l'ambizione di essere significativa. E' dentro una naturalità, non lasciata al caso, ma progettata nei contenuti e tempi, creando un ambiente di apprendimento guidato in un processo graduale di assimilazione, che il bambino passa dall'implicitezza, in cui prevale esclusivamente la comunicazione orale, a una graduale riflessione sulla lingua che avviene nel corso del tempo e secondo un metodo induttivo.

Mi piace richiamare la frase del famoso linguista Noam Chomsky, che afferma: "il fatto che tutti i bambini normali acquisiscano delle grammatiche sostanzialmente comparabili, di grande complessità e con notevole rapidità, suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati in un modo speciale, con una capacità di natura misteriosa". Ci vuole tutto il coraggio di uno scienziato per pronunciare la parola "mistero" in riferimento a quella capacità squisitamente umana di associare idee a parole, e parole a suoni. L'apprendimento di una lingua è un fatto musicale, occorre infatti sperimentare, per poterli acquisire, elementi fonetici e forme sintattiche. In questo processo fondamentale è la figura del docente, che guida il lavoro e lo semplifica, sapendolo adeguatamente sviluppare.



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