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GIORGIO ISRAEL/ Un uomo che usava il cuore. Ricordo di un allievo

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Giorgio Israel durante una lezione (Immagine dal web)  Giorgio Israel durante una lezione (Immagine dal web)

Il 12 marzo 2008 Giorgio (ora ci davamo reciprocamente del tu) mi mandò un'informativa su un seminario organizzato da sua moglie all'Università Roma Tre, "Innovazione e tradizione nella matematica e nel suo insegnamento": ma non riuscii ad andare a nessun incontro poiché il lavoro (avevo cominciato a insegnare) e la scuola di specializzazione assorbivano tutto il mio tempo. Ma l'argomento mi interessava, eccome.

A questo punto, per due anni e più, non sentii né vidi Israel fino a quando un giorno — che difficilmente dimenticherò — mi arriva una telefonata. È il 17 maggio 2010, dall'altro capo del telefono c'è una voce con l'accento spagnolo, è la professoressa Ana Millán Gasca, la moglie di Giorgio. Mi dice che ha conservato il mio nome sulla sua scrivania per più di due anni e solo ora ha potuto chiamarmi per farmi una proposta lavorativa. Ma io insegno a scuola, sono soddisfatto del mio lavoro. Eppure il giorno prima un caro amico sacerdote —anche lui spagnolo — in merito a una mia richiesta di consigli per un'ipotesi di due anni di insegnamento in una scuola bilingue in Colombia, mi aveva detto: "Qualsiasi sia la scelta che farai, fa che sia per la crescita nella tua professione". Ebbene, quel giorno al telefono c'era sua moglie, ma la domanda che mi fece veniva da entrambi e ancora oggi mi accompagna: "Luigi, capisco la tua esitazione, ma la proposta che io e Giorgio ti facciamo si può tradurre in questa domanda: Vuoi crescere nel tuo lavoro?". Non c'è bisogno che dica quale fu la mia risposta.

I cinque anni successivi, fino ad oggi, mi sembra che siano volati, ma sono stati pure ricchissimi tra iniziative, convegni, pubblicazioni, corsi di formazione: quella crescita professionale non solo c'è stata, ma c'è tuttora. E poi il rapporto affettivo con Giorgio e con Ana, sua moglie. Un di più anche dal punto di vista umano. Quando martedì mattina ho ricevuto il messaggio che mi diceva che forse sarebbero state le ultime ore di vita di Giorgio, non ho avuto dubbi: desideravo essere vicino a lui, ad Ana e ai suoi figli. Fin dai primi momenti, dieci anni fa, ho avuto lo stesso desiderio di seguirlo, di imparare da lui (anche con qualche tirata d'orecchi), ma forse scopro solo ora cosa mi legasse così tanto a Giorgio: penso alla sua grande fiducia nell'uomo, alla testimonianza costante di quanto è vero che "Se ci fosse un'educazione del popolo tutti starebbero meglio", al suo essere stato un maestro che ha consegnato la nostra tradizione alla libertà dei ragazzi (e degli adulti), che li ha accompagnati in una verifica piena di ragioni, che ha insegnato loro a stimare e amare se stessi e le cose.  



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