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SCUOLA/ Quelle "strane" capacità che l'università italiana cerca ma non trova

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Se sulle soft skills l'osservazione banale da fare è che le competenze di relazione, comunicazione, capacità di valutazione sono cose che si acquisiscono non astrattamente o preventivamente fornendo dei corsi, ma sul campo e facendo esperienza — e questo purtroppo sembra non essere del tutto afferrato dai nostri accademici, legati a schemi di formazione frontali e teorico-analitici —, sulle non-cognitive siamo messi ancora peggio: una persona inizia a essere curiosa e intraprendente, "lanciata" nel grande mare della vita e vogliosa di conoscere cose e persone già in tenerissima età. Gli anni dell'asilo in questo senso possono essere molto più determinanti per l'assetto della persona di quelli che vengono dopo. Come si può risvegliare qualcosa che doveva essere sviluppato molto prima della scelta universitaria? E' pensabile che una classe accademica tradizionalmente statica come quella italiana possa trovare spunti, modelli, immagini per questa "iniezione" di vita ai suoi allievi? Come dovremmo pensare strutture, attività e percorsi in quest'ottica? 

In qualche modo è un compito impossibile da assolvere tramite modalità standard di attività formative, formalizzate o decise a tavolino: non esistono percorsi che garantiscano risultati non-cognitive. Eppure è proprio ciò che attrae il datore di lavoro del futuro neolaureato che oggi si iscrive al primo anno. 

Il mistero di questo sviluppo possibile è rinchiuso dentro ciò che per natura è impossibile codificare: l'incontro umano. Parafrasando il titolo di un famoso disco si potrebbe dire che "La formazione è l'arte dell'incontro", dove per formazione qui intendiamo quella larghezza che la discussione sulle non-cognitive skills adombra. 

C'è tutto un mondo di possibilità di intervento e lavoro nel rapporto con gli studenti che troppo spesso l'università italiana si è persa negli anni passati. Gli anglosassoni per esempio hanno favorito negli anni sempre più uno sviluppo professionale dell'intervento sull'esperienza degli studenti a 360° dentro la vita dei college, con figure dedicate ai cosiddetti students affairs, proprio nell'ottica di allargare l'esperienza formativa. Forse un passo in più in questa direzione il nostro sistema, e pensiamo anche a chi ci governa e promette di proporre una "buona università" dopo la "buona scuola", dovrebbe cercare di farlo, individuando e favorendo per esempio esperienze come quelle dei collegi universitari.

In ogni caso il pallino resta in mano a chi decide, a chi sceglie l'università e il suo futuro nei prossimi anni: coltivare l'illusione che il semplice titolo gli farà fare strada nella grande avventura della vita lavorativa, o scommettere su possibilità più radicali e coinvolgenti per la persona, che potrebbero lasciare segni più profondi e belli della pura conoscenza specialistica, senza perdersi il guadagno dello studio. Il segreto è non dimenticarsi che insieme alla specializzazione esiste la possibilità di incontrare persone significative e ambienti stimolanti: c'è un mondo da scoprire e cammini nuovi da percorrere.



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