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SCUOLA/ Quelle "strane" capacità che l'università italiana cerca ma non trova

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Osservandolo da vicino, si può dire che il mondo accademico italiano non brilli certo per esplosiva dinamicità e capacità di radicali cambiamenti. Eppure ogni tanto qualcosa di significativo si muove.

Quello che sta avvenendo, recependo segnali di una discussione che interessa molti sistemi universitari nel mondo, è l'apertura in alcuni soggetti di una riflessione su cosa renda efficace per la persona un cammino formativo in ambito accademico. E' un necessario passaggio, frutto di un cambiamento sempre più marcato in ambito lavorativo e nel mondo della ricerca a livello globale.

Il nocciolo della questione potrebbe essere riassunto nella domanda: cosa rende realmente interessante e fruttuoso un cammino formativo, anche in ottica lavorativa? Diversi economisti, sociologi, educatori nel mondo cercano risposte a questa domanda, per indicare dove gli investimenti — statali o privati che siano — andrebbero destinati.

La domanda si fa più interessante proprio in questo periodo dell'anno, periodo nel quale vengono prese scelte e decisioni importanti da molte "matricole" che si spostano da casa nei centri universitari più importanti del nostro paese. La domanda cioè dovrebbe essere propria soprattutto di chi inizia l'università. 

Quello che è certo è che il famoso "pezzo di carta" non è più garanzia di nulla. Certo, se uno si laurea in ingegneria civile difficilmente verrà cercato per un lavoro in un laboratorio di biotecnologie agrarie, ma al di là di queste ovvie differenziazioni di campo quello che peserà nella scelta del neoassunto non sarà semplicemente il suo grado di conoscenze specifiche e tecniche, che rimarranno un dato necessario per accedere a certi percorsi di carriera piuttosto che ad altri. Si guarderà ad altro, vale a dire alle qualità che attengono alla persona più che al titolo acquisito.

Tutto questo assodato, è interessante notare come la tendenza accademica, soprattutto da noi, sia quella di trovare ricette e percorsi per rispondere: le università italiane hanno iniziato da anni — soprattutto nei centri più dinamici dal punto di vista sociale ed economico — a proporsi come soggetti che offrono altro oltre al normale percorso di conoscenze accademiche, attraverso il mantra delle soft-skills. Capacità, cioè, che vanno al di là delle conoscenze "dure", ma che risultano determinanti sul posto di lavoro: saper lavorare in gruppo, saper parlare e farsi capire in pubblico, capacità di decisione eccetera. 

Ora il pensiero rispetto a ciò che integra i percorsi formativi canonici si è allargato, e si parla non solo di skills "leggere", ma di non-cognitive skills: in esse possiamo ritrovare tutte quelle caratteristiche che rendono una persona realmente interessante e insostituibile per un'organizzazione, come curiosità, generosità, resilienza, capacità di rischio, empatia ecc., tutti tratti strettamente imparentati con le caratteristiche soft di cui sopra. 

La domanda da farsi, rispetto a questo allargamento — che è assolutamente ragionevole, in quanto coglie un dato incontrovertibile, e cioè che il posto fisso dentro il grande macchinario industriale non esiste più nelle economie avanzate — è chi possa "insegnare" queste capacità/conoscenze. 



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