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SCUOLA/ Non c'è "inizio" senza domanda di giustizia

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Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)  Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)

Nei mesi scorsi si è parlato molto della "Buona Scuola" e delle tanto attese nomine di decine di migliaia di docenti in ruolo. Si è parlato anche dei presidi sceriffo, di edilizia scolastica e poi dei grandi temi di cronaca, in primis la tragedia dell'emigrazione e l'apparentemente inarrestabile avanzata dell'Isis e del suo terrore totalitario. Sono temi ricorrenti nei media, temi che danno fastidio e provocavano disagio, e che tuttavia permangono poco nella nostra attenzione. Basti pensare con quale facilità è stata dimenticata la clamorosa strage terroristica contro i giornalisti di Charlie Hebdo dello scorso gennaio.

Eppure ora, tra queste notizie martellanti e la difficoltà diffusa a farle sedimentare nella memoria, si insinua silenziosa una domanda nei moltissimi docenti e negli studenti che stanno per incominciare il nuovo anno scolastico: "Che senso ha riprendere? Che senso ha la scuola di fronte alla realtà che abbiamo intorno? Che senso ha la scuola in generale?". Questa domanda, che può apparire retorica, in realtà è la più decisiva per affrontare il tempo presente di migliaia di docenti e studenti.

Vorrei tentare a questo riguardo un collegamento tra il problema del senso e l'esigenza della giustizia, nell'ipotesi che la comprensione del senso di una cosa porti con sé il sentimento di una giustizia finalmente raggiunta tra sé e la cosa stessa. La domanda "che senso ha?", infatti, è in molti casi un altro modo di esprimere la sensazione e la percezione di stare sperimentando un'ingiustizia, un equilibrio o una relazione buona e sana che si è rotta con l'altro, con noi stessi, col tempo libero delle vacanze che sta terminando.

Il problema del senso, e quindi di una giustizia riconosciuta alle cose stesse, non può essere strappato via. Può essere messo a tacere, negato teoreticamente forse, ma mai eliminato dalla prassi e dalle opinioni quotidiane. Il senso delle cose, della realtà tutta, ha sempre a che fare con la coscienza di adeguatezza o di inadeguatezza che l'interpretazione che diamo ha con la cosa o la circostanza che stiamo giudicando o vivendo. Ed è ancora il sentimento di una giustizia o di una ingiustizia vissute che reclama il nostro assenso o il nostro divieto, che accompagna un'esperienza di libertà o di schiavitù, di tensione alla conoscenza dell'ignoto o di chiusura nel preconcetto. Quanto è giusta la vita, la circostanza, la cosa che stiamo facendo o dicendo quando ne conosciamo il senso? Quanto sentiamo ingiusta quella parola o quella situazione di cui ci risulta estraneo il senso?

Il giurista Joseph Weiler, nella videointervista in uscita il 10 settembre sul sito romanaedisputationes.com, ha richiamato a proposito la centralità della figura di Abramo: "Quando Dio annunciò ad Abramo che sarebbe andato a distruggere Sodoma e Gomorra (Genesi, 17), Abramo non accetta e torna da Dio e gli chiede che cosa avesse fatto, se avesse trovato 50 persone innocenti. Sarebbe andato a distruggere le due città comunque? Con una sentenza indimenticabile poi chiede come sia possibile che il giudice di tutta la terra, Dio, non farà giustizia Lui stesso. Cioè contesta Dio. Fino a questo punto e per tanti anche oggi vige che se Dio lo dice allora significa che è giusto, invece Abramo lo rovescia: se non è giusto significa che non può essere Dio. Cioè Dio stesso è sottomesso alla giustizia e se c'è un'ingiustizia non può essere Dio".



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