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SCUOLA/ Il mito del "kit" e la brutta ombra dell'Europa

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Luigi Berlinguer, ministro dell'Istruzione dal 1996 dal 2000 (Infophoto)  Luigi Berlinguer, ministro dell'Istruzione dal 1996 dal 2000 (Infophoto)

Questo obiettivo era fortemente sottolineato dal Parlamento e dal Consiglio europeo con la raccomandazione del 18 dicembre 2006. Secondo questo autorevole documento, a conclusione dell'istruzione e formazione iniziale i giovani dovevano aver maturato una serie di competenze tali da prepararli alla vita adulta, mantenute e aggiornate nel contesto dell'apprendimento permanente. Insomma il "survival kit" di cui si è detto all'inizio.  

Pur con tutti gli sforzi volti a rendere meno subalterno il rapporto con le regole economiche e, di conseguenza, a defunzionalizzare la competenza e a concepirla come una semplice pratica didattica volta a sconfiggere nozionismo, mnemonismo, verbalismo — i giustamente lamentati limiti della scuola tradizionale — è difficile che essa perda i suoi significati originari e che sfugga all'idea di una scuola che "deve servire".

Ma servire a cosa? Se guardiamo alla realtà scolastica con occhi disincantati mai come oggi siamo purtroppo in presenza della diffusa sensazione che la scuola non serva a niente: non a trovare un posto di lavoro, non a favorire la mobilità sociale, non a migliorare l'alfabetismo adulto, non a ridurre le diseguaglianze, non ad accrescere la consapevolezza civica, e si potrebbe continuare. 

Molte famiglie, specie le più povere, non hanno più fiducia nella scuola. Insegnanti da una parte e ragazzi dall'altro convivono spesso come separati in casa. Nuovi maestri stanno prendendo il posto dei maestri cui siamo soliti pensare nelle vesti di imponenti e pervasive reti comunicative che assicurano un consumo incessante di testi, suoni e immagini attraverso cui si creano modelli di vita.

E se i "competentologi" avessero sbagliato tutto e dovessimo guardare altrove? E se, per esempio, cominciassimo a chiederci se nella scuola non sono più importanti le esperienze "immateriali" anziché le analisi dettagliate (e un po' noiose) su capacità, abilità, competenze? I processi che fanno maturare le persone attraverso le relazioni interpersonali anziché le procedure e le misurazioni degli apprendimenti? E se il "survival kit" consistesse nel rafforzare le capacità dei ragazzi così da farli uscire dalla scuola con la forza di immaginareun mondo diverso da quello consegnato loro anziché pensarli come diligenti attori pronti a inserirsi dentro un copione già tutto scritto?

Interrogativi che pesano come un macigno e che ogni giorno accompagnano in classe — pardon, negli ambienti di apprendimento — i docenti impegnati in un'improba lotta tra competenze da sviluppare e gli smartphone degli allievi aperti e attivi sotto i banchi. 

(1 - continua)



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COMMENTI
01/01/2016 - L'immateriale che agisce sul reale (ROBERTO PELLEGATTA)

Il vero dramma è una scuola che non serve ad affrontare la realtà, cammino nel quale anche imparare un lavoro veramente utile è cosa non da poco. La passione culturale ed educativa è una tale rarità (a partire dall’università che “prepara” i docenti) che ben si comprende poi il senso di inutilità. La controprova l’ho vista con i miei occhi in ragazzi che imparavano a fare i falegnami e si innamoravano della Divina Commedia. Ma che rarità! Resta il fatto che l’astrattezza, il nozionismo, le dispense ripetute (già dai miei anni cinquanta) sempre uguali ogni anno sia a scuola che in università (con tutte le debite eccezioni di singole persone e di ambienti), in gran parte quindi figlie di una recitata scuola della conoscenza che non conosceva nulla, hanno ottenuto l’estraneità dalla scuola dalla vita. Ben venga il lavoro sulle competenze se almeno costringe a riporsi la domanda del legame tra conoscere e vivere.

 
01/01/2016 - Il 2016 comincia bene (Franco Labella)

Grazie a Chiosso per un buon inizio d'anno. La ricostruzione di un passaggio fondamentale (quella della trasformazione della scuola in ancilla del mondo d'impresa) andrà accompagnata anche dall'osservazione di qualche ulteriore contraddizione solo italiana. E' notorio che nel mondo dell'educazione siamo "copioni" di bassa lega ammalati di imitazione tanto provinciale quanto incompleta. Come accade spesso nei compiti scopiazzati saltano passaggi illuminanti. Chiosso cita le Raccomandazioni del 2006. Quelle che parlavano di competenze di cittadinanza anche in senso tecnico. E cioè della necessità di dotare gli studenti europei di quelle conoscenze specifiche che servono ad acquisire la dimensione consapevole di cittadinanza. Quindi nozioni giuridico-economiche. Quelle che vengono citate, spesso in modo strampalato e atecnico, se non da ignoranti globali in vicende come quelle della Banca Etruria e prima ancora nella riforma costituzionale del Senato. Quelle che servono anche oggi a Renzi e sodali a spacciare una serie di arrampicate sugli specchi o c...te sesquipedali come la designazione dei futuri senatori. E chi dovrebbe decidere col referendum confermativo cosa ne sa? Poco o nulla, ma non è un caso. Perchè Gelmini e Giannini non fanno solo rima, sono anche l'alfa e l'attuale omega di una decisione comune: lasciare i nostri studenti nella più totale ignoranza attraverso la elimin. dello studio del Diritto e dell'Economia. Altro che Buona scuola... Coord. naz. doc. Diritto ed Economia