BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Il mito del "kit" e la brutta ombra dell'Europa

Pubblicazione:

Luigi Berlinguer, ministro dell'Istruzione dal 1996 dal 2000 (Infophoto)  Luigi Berlinguer, ministro dell'Istruzione dal 1996 dal 2000 (Infophoto)

Nei primi anni 90 nei think tank impegnati ad approfondire il futuro delle politiche scolastiche e formative del mondo occidentale fece la sua comparsa la nozione metaforica di "survival kit". Con questa espressione alcuni studiosi sollecitavano la definizione di un "paniere di conoscenze necessarie per la sopravvivenza", composto da quanto i giovani in uscita dall'istruzione obbligatoria avrebbero dovuto possedere per essere in grado di svolgere un ruolo attivo nella vita sociale e nel mondo produttivo. 

L'idea del "survival kit" rientrava, accanto a molte altre proposte, all'interno di un'azione politica ad ampio spettro finalizzata a rinnovare le pratiche scolastiche e formative dei Paesi occidentali ritenute troppo statiche e obsolete rispetto alle accelerazioni della vita sociale ed economica. Tale intento si proponeva, d'un lato, di ridimensionare, se non proprio di smantellare la centralità delle discipline nella gestione del sapere scolastico e, dall'altro, di sviluppare nuovi indicatori riferiti a una nozione che cominciava a comparire nel linguaggio della formazione: la competenza. 

Interrogativi inediti si affacciarono nei dibattiti degli specialisti impegnati su questa nuova frontiera, sempre meno filosofi, pedagogisti e psicologi e sempre più economisti, sociologi, statistici, esperti di valutazione. I due principali si possono così formulare: come formare il capitale umano in modo che quanto appreso non vada rapidamente disperso? Come garantire una formazione coerente con le sfide della competizione globale? 

Interrogativi posti, a loro volta, sotto un unico ombrello, quello della compatibilità tra costi dell'istruzione e ritorni economici. Su queste basi teoriche vennero predisposte le prime ampie valutazioni di sistema che coinvolsero inizialmente una trentina di Paesi (Pisa 2000), il cui impatto sui sistemi scolastici occidentali fu subito di peso rilevante. 

Così, mentre in Italia di discuteva sul maestro unico, sul tempo pieno e sul ciclo primario berlingueriano settennale, tutte questioni rispettabili, ma di contorno se proiettate nell'orizzonte internazionale, nelle autorevoli sedi dell'Ocse e del Consiglio d'Europa stava prendendo forma la nuova Europa dell'istruzione e della formazione.

Essa era configurata in termini fortemente alternativi rispetto alla visione della scuola come luogo di trasmissione ed elaborazione di una memoria culturale. Lo documentava, per esempio, il cosiddetto rapporto Cresson, Verso la società cognitiva. Insegnare e apprendere (1995). Secondo questo documento la scuola doveva essere in grado di produrre quelle competenze che l'economia reputa necessarie; più la scuola aderiva alle indicazioni provenienti dal sistema economico maggiore sarebbero stata la sua credibilità sociale e il suo successo. Nel linguaggio della formazione entrarono a vele spiegate nuove parole chiave come efficacia, efficienza, produttività, risultati, verifiche, comparazioni e, regina su tutte, competenza.

Norberto Bottani — che delle vicende qui sobriamente richiamate è stato diretto testimone ed ha reso puntuale memoria in vari scritti — ha parlato del passaggio dagli obiettivi disciplinari alla logica delle competenze come di un vero e proprio "tsunami scolastico". Dopo secoli di scuola centrata sulle conoscenze e la faticosa conquista tra Otto e Novecento del rispetto dei tempi di sviluppo degli allievi, dei loro interessi e delle loro motivazioni, il baricentro si spostava sulla necessità che la scuola diventasse la palestra del sapere applicato. 



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
01/01/2016 - L'immateriale che agisce sul reale (ROBERTO PELLEGATTA)

Il vero dramma è una scuola che non serve ad affrontare la realtà, cammino nel quale anche imparare un lavoro veramente utile è cosa non da poco. La passione culturale ed educativa è una tale rarità (a partire dall’università che “prepara” i docenti) che ben si comprende poi il senso di inutilità. La controprova l’ho vista con i miei occhi in ragazzi che imparavano a fare i falegnami e si innamoravano della Divina Commedia. Ma che rarità! Resta il fatto che l’astrattezza, il nozionismo, le dispense ripetute (già dai miei anni cinquanta) sempre uguali ogni anno sia a scuola che in università (con tutte le debite eccezioni di singole persone e di ambienti), in gran parte quindi figlie di una recitata scuola della conoscenza che non conosceva nulla, hanno ottenuto l’estraneità dalla scuola dalla vita. Ben venga il lavoro sulle competenze se almeno costringe a riporsi la domanda del legame tra conoscere e vivere.

 
01/01/2016 - Il 2016 comincia bene (Franco Labella)

Grazie a Chiosso per un buon inizio d'anno. La ricostruzione di un passaggio fondamentale (quella della trasformazione della scuola in ancilla del mondo d'impresa) andrà accompagnata anche dall'osservazione di qualche ulteriore contraddizione solo italiana. E' notorio che nel mondo dell'educazione siamo "copioni" di bassa lega ammalati di imitazione tanto provinciale quanto incompleta. Come accade spesso nei compiti scopiazzati saltano passaggi illuminanti. Chiosso cita le Raccomandazioni del 2006. Quelle che parlavano di competenze di cittadinanza anche in senso tecnico. E cioè della necessità di dotare gli studenti europei di quelle conoscenze specifiche che servono ad acquisire la dimensione consapevole di cittadinanza. Quindi nozioni giuridico-economiche. Quelle che vengono citate, spesso in modo strampalato e atecnico, se non da ignoranti globali in vicende come quelle della Banca Etruria e prima ancora nella riforma costituzionale del Senato. Quelle che servono anche oggi a Renzi e sodali a spacciare una serie di arrampicate sugli specchi o c...te sesquipedali come la designazione dei futuri senatori. E chi dovrebbe decidere col referendum confermativo cosa ne sa? Poco o nulla, ma non è un caso. Perchè Gelmini e Giannini non fanno solo rima, sono anche l'alfa e l'attuale omega di una decisione comune: lasciare i nostri studenti nella più totale ignoranza attraverso la elimin. dello studio del Diritto e dell'Economia. Altro che Buona scuola... Coord. naz. doc. Diritto ed Economia