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SCUOLA/ Religione cattolica, una "legione" (88%) mai così debole

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In effetti, si pone qui drammaticamente l'interrogativo sulla consistenza epistemologica e perciò didattico-educativa dell'Irc. In primo luogo, alla società civile italiana, alla politica, all'intero Paese. Se la domanda religiosa è una costante antropologica, cui le varie fedi hanno dato nella storia una risposta diversa, chiunque voglia educare la persona, si deve porre il problema dell'approccio al fenomeno religioso come "fenomeno umano", per usare l'espressione di Teilhard de Chardin. L'attuale ora di religione non risponde alla domanda, alla necessità, al bisogno culturale di un'educazione civile integrale. L'effetto è l'ignoranza della Bibbia, l'incomprensione del mondo presente e dei suoi conflitti. Poiché la religione cristiana si è intrecciata alla storia delle civiltà; poiché, in particolare, essa sta alla base della storia e dell'identità europea, il deficit educativo e formativo è particolarmente grave. Nell'epoca della globalizzazione e dei conflitti tra sunniti/sciiti, del ritorno di persecuzioni sanguinose contro i cristiani, di un persistente antisemitismo, l'Irc cosiffatta è sostanzialmente inutile. Non spetta certo a me parlare dal punto di vista della Conferenza episcopale italiana. Ma osservo, dall'esterno, che un tale Irc non aiuta a conquistare la fede. La sensazione è che l'inadeguatezza dell'Irc contribuisca a far smarrire la fede trasmessa per via familiare.

Nato in un contesto storico in cui la religione cattolica era la religione dello Stato — così che l'insegnante di religione era, in quanto prete, funzionario della Chiesa e, in quanto insegnante, funzionario dello Stato – l'insegnamento della religione ha perso con il Concordato del 1984 l'aureola della religione di Stato, ma ha mantenuto contenuti e funzioni rispetto alla tradizionale organizzazione della didattica per materie.

Come indicano le due post-fazioni della ricerca, si aprono due strade per il futuro dell'Irc:

1. trasformare l'Irc in catechesi, come propone James Organisti, in base ad una constatazione antropologica — "la religione è una modalità radicale di accesso alla propria identità" — e cristologica – "la storia di Gesù non è che la rivelazione stessa" —. Questa trasformazione porta inevitabilmente l'insegnamento della religione fuori dalle mura dalla scuola pubblica. Neppure le scuole cattoliche paritarie potrebbero offrire catechesi. Solo la comunità dei credenti può farlo.

2. scolarizzare integralmente l'Irc, come propone Elio Damiano, individuando "oggetti di conoscenza non catechetici e non teologici", bensì, appunto, storico-culturali. Questa strada porta ad integrare l'Irc nelle altre discipline, facendone un punto di intersezione. Ma qui si dovrebbe aprire la discussione sulla scelta e la preparazione del personale docente dell'Irc. Finora la Cei si è sempre rifiutata di riesaminare l'assetto istituzionale e culturale dell'Irc, perché il Concordato assegna ai vescovi il potere di scegliere gli insegnanti di religione. La contrattazione tra la Cei e il ministro Moratti portò nel luglio del 2002 all'approvazione di un decreto, elaborato sulla base di un analogo disegno di legge a suo tempo presentato dall'ex ministro diessino De Mauro e già approvato dal Senato nella precedente legislatura con la maggioranza ulivista, che tolse dal precariato gli insegnanti di religione, collocandoli in ruolo, sempre previa approvazione del vescovo. Ovviamente, la piena scolarizzazione dell'Irc non impedisce la contemporanea "catechizzazione" in ambito di comunità credente, in primo luogo nelle parrocchie.



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COMMENTI
14/01/2016 - Leggo e sono combattuto... (Dmenico Tallarico)

Da insegnante Irc ho letto l'articolo e sono molto combattuto su come rispondere, da una parte è vero che ci siano tanti problemi mai affrontati nell'Irc (essere materia facoltativa, avere alternative assurde e mal gestite, insegnanti poco motivati, ecc.) dall'altra mi stupisce come tutto possa essere ridotto a statistica, che l'insegnamento Irc sia inutile è una grandissima balla (per non dire di peggio). Il nostro autore dovrebbe venire nelle mie classi in seconda e vedere l'attenzione e l'interesse dei ragazzi quando si parla di Gesù oppure in terza quando ci interroghiamo sul valore della vita nascente e come lo sguardo di Gesù è l'unico che guarda all'uomo in modo vero... Un giornalista, commentatore o quel che è Cominelli può ridurre l'Irc a banali numeri statistici e fare un buon servizio? Forse c'è qualcosa di più che val la pena raccontare e da cui prendere spunto anche per una riforma.

RISPOSTA:

Proprio perché ritengo che l'insegnamento della religione sia essenziale (non una balla!), sono anche costretto a constatare che l'attuale collocazione istituzionale-didattica dell'IRC rende quell'insegnamento difficile e inefficace. I numeri sono prodotti da una ricerca promossa in ambito cattolico. E sono quelli lì! prenderne atto quale punto di partenza per una riflessione significa ridurre tutto a statistica? Avendo fatto anch'io l'insegnante, so benissimo che quando una cosa la racconti bene, i ragazzi ti seguono. Resta, tuttavia, l'implausibilità dell'impianto complessivo. GC

 
13/01/2016 - Grazie. Aggiungo a queste domande un'altra (ROBERTO PELLEGATTA)

Condivido l'interesse dell'articolo e ringrazio Cominelli di farci conoscere una ricerca che dovrebbe essere oggetto di seria riflessione. Senza entrare direttamente nella questione, ma prendendo spunto da questa, aggiungo alla domanda sulla attualità o meno dell'attuale IrC un dato storico e quindi un altra domanda. Quando a suo tempo (Concordato Craxi) la Conferenza Episcopale Italiana fece la scelta (conclusasi con l'operazione ruolo di Moratti) di avviare il riconoscimento istituzionale dell'IrC nella scuola italiana, la stessa scelse di accantonare l'altra ipotesi offerta loro da quel Governo: quella di attuare in toto il riconoscimento giuridico ed ecomomico delle scuole non statali, sul modello di quanto scelto in altri paesi europei. Chissà fu proprio una scelta per il bene della scuola e della nazione....

RISPOSTA:

Il fatto è che la CEI ha per lo più praticato la strategia della minestra di lenticchie. Con quali risultati, ciascuno può vedere. Fu una scelta suicida. GC

 
12/01/2016 - rimozioni (Giuliana Zanello)

Articolo molto interessante. In quanto insegnante non di religione, sono particolarmente colpita dal dato per cui gli interpellati dichiarano di ricavare le proprie conoscenze in campo religioso solo per il 2,3% dalle altre materie. E' quindi possibile insegnare varie letterature, storia, filosofia, storia dell'arte richiamando solo raramente nozioni che hanno a che fare con la religione? Parlo apposta di 'nozioni' perché, anche senza arrivare alla questione di fondo, ai significati, ciò parrebbe impossibile anche sul piano meramente filologico-descrittivo. Insomma il dato sembra porre qualche domanda anche sulla qualità strettamente tecnica dell'offerta disciplinare.

RISPOSTA:

Totalmente d'accordo con la Sua osservazione. Se applicassimo alle altre discipline-chiave (Italiano-Matematica- Scienze-Storia) lo stesso criterio esigente che usiamo per l'IRC, cioè la verifica delle competenze (il grado di incarnazione delle nozioni nell'esistenza di ciascuno), scopriremmo che sono messe malissimo. Alla base sta l'idea illuministica che la religione sia un residuo della civilizzazione e che non c'entri con il presente. Si può parlare di Sant'Agostino, senza coinvolgere letteratura, storia civile e politica, Cristianesimo?... Il che mi rafforza nell'idea che l'interdisciplinarietà è la condizione per un efficace insegnamento della religione, nel contesto istituzionale e didattico attuale. GC